Il dottor P ha sempre le maniche corte, anche d’inverno. E tra l’altro è solo d’inverno che lo vedo, perché il trattamento può aver luogo lungi dai periodi di maggior offerta della pelle alla luce che andrebbe a comprometterne l’esito. Quando si apre la porta mi fa cenno col capo, non dice il mio nome ma l’ora dell’appuntamento. Siamo in due perché io un vero appuntamento non ce l’ho, non è stato possibile inserirmi nel calendario già satollo e mi ha suggerito lui di presentarmi in chiusura delle visite. Mi stendo sul lettino e aspetto. Tortura, la chiama. La soglia deve essere poco oltre. Il suono è l’aspetto peggiore, perché dice di un ripetersi che non dà tregua o impercettibile. Sembra che non si possa più sostenere la scarica e ne arriva un’altra, annunciata dal suono-sfrigolio. L’infermiera una volta mi ha confidato sottovoce che lei piuttosto si tiene il problema. Quando vado via dalla seduta sono stordita, non sanno, in metropolitana, che sotto i vestiti la pelle ove esposta svelerebbe ampie zone di un bel rosso cottura, cosparse di crema che dire lenitiva è mero significante. La rimetta più volte, quando arriva a casa. Non ci diciamo altro da tre anni, da quando con cadenza più o meno semestrale mi devo presentare per il trattamento.  Non vi immaginate cose drammatiche, affezionati lettori. La gravità è nella cosa in sé: nel dolore dell’azione abrasiva. Le donne sono più coraggiose, ha detto una volta. Credo sia stata l’unica apodissi di tutto il nostro rapporto. Non ho mai conosciuto un medico così distaccato dalla carne, ne ho pur sempre ampie zone ostese, di volta in volta. Sono un  ciocco, un blocco senza richiamo, resisto immobile e col volto deformato come dall’amplesso delle mistiche perché non s’oda il lamento. Potendo, urlerei? Lo ecciterebbe? Mi trattengo di proposito. Mordo le labbra, piuttosto. Non so se è parte del trattamento, stare ad aspettare che finisca.  La parte peggiore, ma finisce. Cammino senza poter poggiare la borsa sulla spalla, la porto ciondoloni. C’era qualcuno con me, le altre volte. Il dottor P non era diverso, quando andavo accompagnata. Per lui non cambia se sono arruffata o truccata, sistemata o sciamannata, le antitesi parimenti censorie del super io materno. Si metta sul lettino. Di fianco. Pancia in sotto. La prossima volta controlliamo se c’è da fare altro. Che è un’affermazione incongrua: programmare una seduta vuol dire presumere o poter dare già per certo che ci sarà altro da fare. Non riesco a godermi il momento di sospensione, è ancora troppo forte lo stordimento. Dante come dice? Lo ripeto sempre, lo scrivo dappertutto: “…e al dolor fenestra”. Perché il dolore passa dal buco e il buco che lo causa è il suo viatico. 

Che cosa se ne deve andare, da questa finestra, cosa deve rigiungerla all’estromissione da cui Gilda/Giada si sente gravata? 

Ipocrita lettore, mi accusi di voler raccontare i fatti miei, di non sapermi portare da artista perché invece di handle by fiction, maneggiare o padroneggiare invenzioni, raccontare storielle di immaginazione in purezza, prendo la vita e ne faccio pongo, sbertucciandone figurine e personaggetti, personaggetto io stessa, ovvero chi dice io – la finzione cui si prestano i palinsesti autobiografici. Io-je-moi, Bovary era lui, e poi invece tutta una sequela di teorie per venire a capo, tra quell’altro e Saint-Beuve, di questo pidocchio che ci epidemizza le pagine. Possiamo farne a meno, possiamo, della realtà, raccontare gli aspetti veritativi e perciò falsificabili, che non ci appartengono, che non si scuciono dalle maglie slabbrate dei segretucci più o meno irriferibili e perciò più ghiotti? 

Che poi lei si dipinge peggio di tutti. 

Grazie, dottor S, della preziosa collaborazione a questa inchiesta o la vogliamo chiamare quête comunque impregiudicata e chissà che ce ne faremo poi ad analisi compiuta delle caselline, isterica, nevrotica, psicotica, le prendo tutt’e tre, come la supplente di Greco, al liceo, le interpretazioni divergenti di uno stesso giro di frase, per non scontentare né me né Federico né Maria, nomi veri di personaggi inventati, i tre primi della classe, che già primi è un castigo, se condiviso cambia solo il plus di competizione asfissiante quotidiana  e la dilazione del fallimento come prova di resistenza o tenuta psichica, che non mancò di arrivare. Quell’anno mi ero rilassata perché erano esplosi i maschi, non pensavo più a studiare tutti i giorni tutto il giorno ma a cercare posti dove sperimentare altri avvitamenti di lingue non verbali e, a corredo, sempre rattenuti mugolii (nemmeno il piacere, come il dolore, si può emettere secondo madre super io censorio) e un paio di volte ero giunta all’azzardo di presentarmi in cattedra del tutto impreparata. Ebbrezza da poco, perché la prima della classe è titolo vitalizio, non suscettibile di vera probatio o messa in discussione, ma come al solito riuscii a esagerare, non studiando la mia materia preferita di sempre e per sempre, cioè Dante. Che al liceo si considera alla stregua di una materia a sé, c’è un’ora tutta sua, solitamente quella del mio show. Non quel giorno. Quel giorno quando si avvicinò il momento chiesi di poter andare al bagno. Ma proprio adesso che ho aperto il registro? Ecco. Si era infranta Gilda, il mito non reggeva alla prova del Canto. Non avevo studiato. Per una volta, in tutta la mia vita di studentessa ultrabrava dal giorno uno di asilo dalle suore a tutti quelli a venire, non avevo la benché minima idea di chi diavolo fosse Carlo Martello, né perché transitasse in Paradiso. Pensavo che non mi sarei mai più presentata in classe, che avrei cambiato città o perlomeno scuola, e che sicuramente sarebbe stato meglio non arrossire, non scappare in bagno, non andarmene a casa senza consenso aggiungendo all’onta dell’umiliazione una nota disciplinare di rientro l’indomani con obbligo di genitori. E nondimeno, ricominciai a primeggiare, tutto da capo, sempre uguale. Nemmeno una vaga tentazione suicidiaria. Mai pensato di farmi simbolo, di cosa poi? Del non sapere Carlo Martello? 

E qui arriva la parte del salvatore, del bravo ragazzo che s’invaghisce di quella Giada un po’ spudorata, oscena e feroce, con la speranza che non lo sia poi veramente e che con lei si possano fare, dice così il bravo ragazzo, cose normali. Tipo, chiede Giada. Passeggiare, abbracciarsi, l’amore. A lungo.
Giada si annoia, sbadiglia, dice al bravo ragazzo: lasciami perdere, oppure: scriviamoci e basta, a me va bene così. Il bravo ragazzo accetta e scrive, scrive ogni giorno tutti i giorni, e la chiama, chiama ogni mattina, buongiorno Giada, e poi la sera, buonanotte Giada, e la ascolta raccontargli i fatti menomi del cronachistico sperpero, oppure è lui che le racconta di sé, la dissipatio della vita che fu, con lo scialo dei triti fatti paesani. Ogni tanto si accapigliano, perché come gli ripete Giada andare ogni settimana eccetto nessuna dal dottor S non è per lei un pranzo di gala, e meno che mai un vezzo borghese. Il bravo ragazzo dice: ho un passato difficile pur anco io, che ti credi, e gliene parla, ommamma. Giada ha il petto pesante, si annoia sempre di più in questa gara di facciamo a chi ha più morti nel baule. Vince sempre Giada, comunque, rassegnatevi competitor. 

Quando si vedono per la prima volta Giada si sente come calamitata verso di lui, che le bacia tutta la faccia e le incista la lingua tra i denti come a favorirne l’escissione, ma lei ha paura dei fiati e dei batteri e resiste, un po’ le piace, un po’ no. Lui si ripropone con cadenze asfittiche, non poteva letteralmente posare il telefono, Giada, che quello squillava e risquillava, mane e sera, come un beep cercapersone. Se gli diceva non mi chiamare per cortesia del signore iddio che ho un mucchio da fare, lui immantinente si scusava di averla disturbata (e però con un’altra telefonata, per la contraddizion che lo consente), il giorno dopo comunque chiamava e richiamava, senza riuscire a consentirsi la menoma mancanza nell’Altro, per Lacan come sappiamo condizione intrinseca e fondativa di qualcosa che ora non saprei, facciamo del fantasma o del godimento o altre lacanate. E poi Giada una volta ha detto di sì, come Molly. Ha detto sì, e lui la accarezzava, la accarezzava sempre, e non finiva mai, e Giada pensava ma chissà se certi uomini non hanno il cazzo, o che forse era una addirittura donna, oppure che doveva per forza nascondere un segreto, ma comunque le piaceva anche a quella maniera, e perciò non si muoveva, aspettava. Certo, un po’ si rammaricava di non poter proseguire in libera frenesia di liberissimi corpi i baciari e leccari e intorcinari del poeta da lei amatissimo, e che novità era mai quella, che all’intrasatta chi vuole preservare l’intimità del laggiuso dilazionando il coito è il maschio? Nei giorni a seguire il bravo ragazzo propone con la solita insistenza cocciuta di fare all’amore e Giada, a quel punto un filino esacerbata, gli obietta loicamente inappuntabile: scusami tanto, bravo ragazzo, però a me pare che con tutta l’evidenza del caso stai proprio un po’ pisciando  fuori dalla tazza, metafora certo greve ma anche easter egg visto che era la scusa con cui l’aveva convinta a farlo salire su casa, come dicevano in quella città che li aveva accolti entrambi da certi posti incredibilmente simili nel collocarsi ai margini del mondo sanza gente. E insomma, gli disse sempre più piccata, non è che deve andare sempre a pelo con quello che vuoi tu, anche se siamo nella favola bella che ieri t’illuse che oggi m’illude Ermione.


Poi succede una specie di naufragio, tempeste, fulmini, saette e disfemismi. Mi hai usato per la tua scrittura! tuonava il bravo ragazzo, ma in verità è un modo di dire metaforico in piena regola, stavolta, perché il bravo ragazzo parlava sempre molto piano, con una voce un po’ del posto da cui proveniva, cantilenante. Lei s’impauriva come avesse tuonato per davvero, però se era una finzione lo era tutta quanta, non solo la parte che aveva sezionato lui, quella in cui figurava a sua libera e pretestuosa interpretazione sotto la nient’affatto mentita sagoma – a del tutto arbitraria e non dimostrabile inferenza – di sfaccendato o come dicevan tutti sfigato che come si permetteva anche solo di arrischiarsi ad adorare il rifulgente&preclaro io narrante. Giada era un po’ stordita perché il naufragio a un certo punto aveva distrutto tutti i ponti e il bravo ragazzo era perduto per sempre, approdato a un’isola felice, senza venti, dove fare l’amore a lungo, lontano da quegli stupidi equivoci. Una volta lui le aveva detto di non aver paura della malattia, affatto, e c’era, a ripensarci, qualcosa di ospedaliero in quello srotolio di lingua ortodonzistico e quel brutto odore dietro le orecchie come quando il tappo di sale e cerume le costava un po’ d’udito d’estate, non poi questo gran danno per un’iperudente come la nostra eroina, l’ultima volta, enfin, mesta che ti rimesta, si accomodi, prego, in basso a sinistra il reparto che va cercando (ginecologia). Nondimeno era bello, pensava Giada, accarezzargli la faccia. Solo così si addormentava e il racconto poteva finire.

Il dottor P oggi ha chiesto perché ho con me un libro sull’elaborazione del lutto. Devo andare a un convegno. Allora buon convegno. Ha appena finito di torturarmi, mi dà la mano, la stessa con cui manovrava lo spuntone elettrifico un momento prima. Non mi guarda ma stringe per la prima volta la presa e i polpastrelli sfrigolano. È eccitante, potrebbe esserlo, se fosse vero.  

Voi che ne pensate.