Romanzo senza umani è quel tipo di libro che ripone una grande fiducia nei suoi lettori: concessa però a patto che capiscano espressamente ciò che è stato deciso in partenza per loro. Accade sin dal titolo, che evoca temi e tensioni postumane con peculiare sensibilità per l’aria che tira, salvo rovesciare le aspettative alla terza pagina, dopo l’esergo da Virginia Woolf e l’evocazione di un paesaggio disabitato: di modo che chi legge possa trovarsi fra le mani un romanzo pieno soltanto di umani (e di quella sotto-categoria umana che è la borghesia romana vagamente cosmopolita del secondo Novecento, da epigoni di Moravia), e possa individuare facilmente la sfasatura fra la promessa del titolo e il suo rovesciamento, galvanizzandosi così del proprio spirito critico. 

Questo tentativo di indurre il lettore a un’originale interpretazione preconfezionata non è confinato al titolo, ma sostanzia tutto il libro. Perfetta è la saldatura fra l’ambientazione, l’identità dell’eroe, gli oggetti e i personaggi della storia, da un lato, e dall’altro lato il significato univoco e prestabilito che quegli elementi devono trasmetterci. Ne isolo tre. Il lago ghiacciato di Costanza, a cui il protagonista Mauro Barbi ha dedicato anni di ricerche, esibisce una corrispondenza ambientale con la sua affettività congelata, rimanda a un’esistenza in pausa che aspetta di rifluire. Per seconda viene l’identità di storico-archivista di Barbi, metafora di un’esistenza proiettata al passato e, insieme, di un bisogno perdente di rimetterla in ordine come si farebbe con un archivio («Né mi pare sensato chinarmi su quel mucchio di carte destinato al niente per setacciare, selezionare, rimettere in sequenza»). Terza, e non meno importante, la fetta d’Europa occidentale di composta stanchezza in cui Barbi si muove, priva di conflitti e di credibilità, riflette lo stato esistenziale del protagonista, cioè un’età avanzata ma non estrema, che non deve allarmare in alcun modo: anche se questa è la storia di un uomo che vorrebbe rimediare alle scelte sbagliate e al dolore sofferto, c’è ancora tempo per ogni cosa. La rovina di chi sente di aver perso ciò che era importante, la disperazione da mancanza d’energie, il peso dei rimpianti e dell’incapacità di dar loro voce, o per lo meno lo spettro della morte imminente, saranno cercati invano, da Barbi come da noi. 

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Si sarà capito. Quanto si elenca qui non ha niente a che vedere con la complessità in letteratura. Tutto resta, come su una superficie liscia e infrangibile, al livello della semplice registrazione di senso, che a sua volta lampeggia con ogni a capo (quindi molto spesso), a beneficio dei distratti. Questa l’ipotesi: il pubblico, in testa quello “specializzato” della stampa che corale ha elogiato Romanzo senza umani, scambia la propria capacità di cogliere in un baleno i significati “profondi” palesati dalla storia per una propria supposta inclinazione alla profondità, ed è felice di aver afferrato la bellezza senza aver pagato il dazio del pensiero. Così vincono tutti: benché tanta grigia letizia porti a soprassedere sui dettagli del libro, sui difetti e sui lati meno visibili, perciò più interessanti.

L’elemento più debole è lo stile, come dimostrano in particolare i dialoghi, che meglio di ogni altra forma espressiva attestano la capacità di uno scrittore di avere una presa salda sulla realtà che lo circonda. Adesso, non è che la mancanza di presa sulla realtà sia di per sé un male: per esempio, nei libri di Thomas Bernhard tutte le persone in gioco parlano allo stesso modo, rimasticate e sputate via da una voce dispotica che le incorpora nel suo fiume di virgole e ipotassi, e poi le trasforma in marionette del suo stesso delirio. I dialoghi di Di Paolo, almeno a un primo sguardo, non sono deliranti. Il problema, francamente, è che nessuno dei suoi personaggi realistici comunica fino in fondo come farebbe una persona normale. Lacerti di dialoghi pronunciati da persone di età, sensibilità e istruzione diverse esibiscono qualcosa di cibernetico: «Dall’alto della tua infinita saggezza, mi inviti – ricapitoliamo – a essere sincero», «“Ci siamo intravisti di notte dopo un incidente” “Mi è bastato” “Non posso contraddirti”», «Ma scusami, Arno: postdatare la fine non ti pare facile? Non sarebbe più coraggioso testimoniarla?», «Qualche volta anch’io maturo la mia distopia», «Continui a incunearti nel pensiero della vita potenziale». Nessuno nella realtà parla così, neanche sforzandosi; e nemmeno Paolo Di Paolo, nella realtà, parla così, almeno se devo dare credito alle poche volte in cui ho parlato con lui o alle tante in cui l’ho sentito parlare in pubblico. Ne risulta qualcosa di strano: in Romanzo senza umani tutti parlano con la sola voce, che Di Paolo ha scelto, però non si sa a chi appartenga, da dove venga davvero.

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Con questo non voglio dire che il “senza umani” del titolo includa anche l’autore di questo libro. Al contrario, negli interstizi di cinismo e di insofferenza di Mauro Barbi (presentato dall’inizio come “un uomo irritato”) si annida qualcosa di personale che fa vibrare il suo disgelo fin troppo annunciato. Quando in un “a parte” Barbi rimugina sull’imminente diretta tv a cui è invitato in qualità di esperto del lago ghiacciato (diretta in cui si decide molto del corso della vicenda, come, per una strana sintonia, in La vita intima di Ammaniti: che peso incongruo danno, gli scrittori di oggi, alla televisione?), la sua invettiva suona più sentita di tutte le pensose meditazioni che la circondano («vengono a stanarti, ti interpellano come se all’improvviso fossi l’unico essere umano sul pianeta in grado di soddisfare le loro esigenze, ti interrogano sulla materia come se gli esperti fossero loro, incalzandoti per verificare l’effettiva somiglianza all’immagine che hanno di te»). C’è qualcosa di autentico, che al malizioso lettore informato evoca il ruolo pubblico di un autore interpellato con una robusta frequenza da giornali, televisioni, festival e operatori culturali, e ricorda la garbata ferocia che Di Paolo mostra con intelligenza, per quel poco che so testimoniare, quando conversa nella realtà.

Di Paolo fa parte di una categoria di scrittori accomunati dalla predilezione per storie di problematica superficialità, malinconiche e di calcolatissima irresolutezza: nelle quali, dopo che l’autore abbia sviscerato in scioltezza una serie di peripezie interiori appioppate a vari attori in scena, il lettore possa riposarsi, consolato da conclusioni provvisorie che lasciano sperare che ci sia ancora margine per ciò che inferno non è, insomma che c’è da stare sereni nonostante tutto. È difficile capire cosa significhi tutto questo, tanto più se si tiene presente un altro aspetto: Di Paolo è a suo modo un letterato di valore, lo dico senza alcuna ironia. Sa cos’è la letteratura, ne ha una frequentazione di prima mano, sa come la si usa, cosa ci si può fare, spesso meglio di me che la studio e insegno per mestiere. E proprio per questo, con Romanzo senza umani come ultimo esempio in ordine temporale, si ha l’impressione che dalla letteratura Di Paolo si tenga alla larga con una certa consapevolezza. Concentrando il grosso delle proprie energie in tutto ciò (giornali, festival, podcast, ospitate, giurie) che ruota attorno alla scrittura, alla pagina riserva uno sforzo residuo, ammorbidito e non privo d’imbarazzo, che testimonia di una gerarchia mentale dominante in chi, oggi, è riconosciuto come scrittore sulla scena pubblica. Cos’è che lo spaventa, che lo fa girare al largo da quella che Emanuele Trevi indicava come una belva feroce in Istruzioni per l’uso del lupo

Paolo Di Paolo, Romanzo senza umani, Feltrinelli, 2023.