Da un po’ di tempo a questa parte un certo tipo di romanzo storico è tra i generi protagonisti della nostra narrativa. Efficace dal punto di vista commerciale, da quando nel 2018 il primo M di Scurati apre una filiera che continua a fruttificare in una infornata di podcast, infotainment, serie televisive e film – oltre che naturalmente in uno uno sciame di epigoni librari. Efficace anche dal punto di vista ideologico, da quando, sempre nel 2018, Le assaggiatrici di Rossella Postorino e La ragazza con la Leica di Helena Janeczek, vincendo rispettivamente il Campiello e lo Strega (che nel 2019 andrà allo stesso M), dimostrano che il recupero impegnato di un passato intriso di epica totalitaria poteva abbinarsi al rilancio di nuove istanze militanti, femministe e democratiche. Col senno di poi, si trattava non solo di raccontare il passato con la sensibilità del presente, ma più precisamente di aggiornare un’estetica progressista agli spunti che fermentano nella cronaca: sempre nel 2018 la destra spingeva Salvini al Ministero dell’Interno (mentre in tutta Europa si affacciavano nuovi e spaventosi sovranismi); contemporaneamente arrivava in Italia l’onda lunga del MeToo.

Sette anni dopo le cose da noi non sono poi molto cambiate, semmai si sono consolidate. L’editoria di narrativa – letteraria, televisiva e cinematografica – punta come non mai su autrici e ‘personagge’, mentre in politica i sovranismi restano sulla breccia; visto che «la Storia ha un modo di ridere che è ripugnante» (Fortini), assistiamo a mash up vertiginosi – la donna che per la prima volta è diventata presidente del Consiglio è la stessa che per la prima volta ha  portato al governo l’estrema destra. Durante questa fase, e specialmente negli ultimi mesi, le nostre case editrici di concerto (o di riflesso?) con il cinema hanno continuato a scommettere sul racconto neostorico: spesso incoraggiandolo nei pitch delle scuole di scrittura, spesso commissionandolo a autrici, spesso strutturandolo su personaggi femminili e temi militanti, spesso promuovendolo sui mass media, nei premi, nelle fiere e nei saloni. E se lo stile di queste scritture risulta solo relativamente omogeneo, nella direzione di una leggibilità senza intoppi impreziosita da un minimo sindacale di ‘colore’ (di solito affidato a brevi inserti vernacolari o documentari, e a qualche metafora poetica), l’impianto ideologico appare invece di una compattezza senza crepe: un progressismo di ampie vedute che cerca le sue radici nel passato, specialmente nel ricordo di grandi donne (reali o inventate poco importa) capaci di collegare simbolicamente l’epica storica alla militanza contemporanea, spingendoci a riflettere sulla disparità e la violenza di genere. 

Mettiamoci per un attimo nei panni di uno scrittore o di un editor, sinceri democratici, impegnati nel contesto che abbiamo delineato a progettare il prossimo successo (auspicabilmente multimediale) con lo stesso piglio di chi deve risolvere un teorema. Se l’ascissa ideologica del nuovo romanzo storico insiste sugli anni del fascismo, dal biennio rosso alla Resistenza – l’ultima epopea del nostro paese, l’ultima stagione eroica – e se l’ordinata poggia invece sull’espressione di un protagonismo femminile e femminista, a compensare un lungo dominio maschile sul genere (letterario e non solo), in quale punto del piano cartesiano è preferibile s’incontrino gli assi? La risposta è una sola: nel personaggio di una partigiana. Anzi possibilmente in una partigiana queer. E infatti negli ultimi due anni ci si è spinti volentieri in quella direzione. 

Certa letteratura si dà un tono con la Resistenza, la resistenza si rifugia in un certo tipo di letteratura; ma è vera resistenza? Ed è vera letteratura?

Non mi riferisco alla corposa produzione di docufiction resistenziale in cui (come in M) «non c’è niente di inventato» – per esempio  La Resistenza delle donne di Benedetta Tobagi (premio Campiello 2023) o più recentemente La ribelle. Vita straordinaria di Nada Parri (dozzina Strega 2025) di Giorgio Van Straten (esemplare comunque interessante, ove si rifletta sul dettaglio che Van Straten attribuisce alla partigiana Parri una «vita straordinaria», mentre le memorie autobiografiche della stessa Parri s’intitolano La vita amara: torneremo poi su questo stimolante scarto). Alludo invece a quell’ambito di fiction neostorica, ancora più corposa, che ha scelto di mantenere con la Storia rapporti liberi, attingendo volentieri all’invenzione, per questa via aprendo una strada più ampia ai desideri consci e inconsci, o se si vuole alle proiezioni fantasmatiche, e al non detto dall’ideologia. Lasciamo perdere il caso di Aggiustare l’universo di Raffaella Romagnolo (finalista Strega 2024): protagonista una maestra partigiana, però eteronormata. Ma già nei Giorni di Vetro, di Nicoletta Verna, apparso l’anno scorso, la coppia delle protagoniste combatte il fascismo in una sorellanza suggestiva quanto quella dell’Amica geniale: Redenta, ‘idiota’ di estrazione popolare, moglie e vittima di un repellente gerarca fascista, incontra Iris, istruita e attraente, partigiana sposata a un partigiano. Prima e dopo I giorni di Vetro, tra 2023 e 2024, escono La Malnata e La Malacarne, di Beatrice Salvioni: due tomi di una saga che vede la ribelle Maddalena, storpia come Redenta ma «bella da far male», stringere con Francesca una relazione che è due volte militante: poliamorosa e queer, antifascista e partigiana. Ancora pochi mesi ed ecco Acqua e tera di Dario Franceschini: dal punto di vista strettamente letterario non peggiore né migliore di Salvioni, ma sociologicamente più affascinante, scritto com’è da un autore per cui la politica, sul fronte progressista, è un mestiere vero e proprio. Non un caso isolato, come dimostra l’uscita, un mese fa, di Iris, la libertà, il romanzo di Walter Veltroni liberamente ispirato alla vita della partigiana romagnola Iris Versari. Certa letteratura si dà un tono con la Resistenza, la resistenza si rifugia in un certo tipo di letteratura; ma è vera resistenza? Ed è vera letteratura?

Anche in Franceschini, come in Salvioni e Verna, ci si muove nel ventennio fascista (dalla repressione delle leghe rosse all’aprile del ‘45); anche qui provincia padana; anche qui fatti storici sullo sfondo e melodramma in primo piano; anche qui italiano standard e spruzzate di dialetto; anche qui una coppia di protagoniste – Lucia, di origine popolare e socialista («di una bellezza disarmante»), e Tina, di famiglia borghese fascista della prima ora («talmente bella da mozzare il fiato»). Si frequentano, s’innamorano, vengono scoperte e represse dal Patriarcato («la vergogna per quell’amore tra donne avrebbe unito i due padri, risultando più forte persino dell’odio tra socialisti e fascisti»), mentre le madri, da fronti opposti, le difendono. «Le figlie di un fascista e di un socialista non potevano essere amiche (…). Invece, quando si rividero fu come si accorgessero, solo in quell’istante, che era primavera». Primavera di bellezza insomma: ma stavolta dalla parte giusta della Storia, anche perché in questi tempi avari di sfumature nessuno sembra avere troppa voglia di farsi un giro dalla parte del torto. Nell’attesa, il principio della piena equivalenza fra violenza storica e violenza patriarcale, affermato da Tobagi («Essere donna è avere la guerra dentro, sempre, da sempre»), ribadito da Verna («noi donne, in guerra, ci siamo da sempre»), torna anche in Franceschini («La corsia femminile era piena di donne di tutte le età, ferite dalla guerra o dalla vita»).

Basta quindi col materialismo, e basta anche col realismo: nel contenitore solo apparentemente veristico di queste scritture la nuova sinistra riscatta ideologicamente i ritardi della vecchia e depone il seme di un contenuto utopico aggiornato, esattamente come il novel cede il passo al romance, allo straordinario, a volte al meraviglioso

Come si vede, anche in Acqua e tera il canovaccio consueto – acrobatico innesto dell’Amica geniale sulla Storia, di su Novecento di Bertolucci – viene fondamentalmente rispettato; ma non senza qualche apporto personale, frutto di un ipercorrettismo da maschio bianco ex segretario del Pd ed ex ministro dei beni culturali. È interessante per esempio che sia il cinema, nel libro, a conservare e trasmettere la memoria dell’amore trasgressivo (non troppo sorprendentemente il cinema ha gran parte anche nel romanzo di Veltroni): forse perché finire su uno schermo è il vero sogno di questo storytelling. Ma ancor più interessante è che per non sbagliare Franceschini s’impegni a caratterizzare in modo positivo tutti gli innumerevoli personaggi femminili del romanzo (mentre quelli maschili, socialisti inclusi, nascondono quasi sempre qualche magagna grande o piccola: con l’eccezione di un avvocato socialista, di un bracciante e un prete). «La verità resterà per sempre un segreto tra femmine»; «qui nel quartiere tutte noi donne sapevamo. L’importante era che non scoprissero nulla i maschi»: quando racconta questa rivoluzione nonviolenta fatta esclusivamente dalle donne, Franceschini parla del passato o sogna del futuro? Nel suo libro la Storia alimenta un ritorno del represso riformista: il miraggio di una sinistra che con la sola forza dell’amore, dell’inclusività e della genealogia riesca a sconfiggere la destra più feroce e populista (Lucia e Tina vengono scoperte e perseguitate il giorno stesso della marcia su Roma; ma è nel giorno della liberazione di Ferrara che la figlia partigiana scoprirà la dignità della loro relazione). Basta quindi col materialismo, e basta anche col realismo: nel contenitore solo apparentemente veristico di queste scritture la nuova sinistra riscatta ideologicamente i ritardi della vecchia e depone il seme di un contenuto utopico aggiornato, esattamente come il novel cede il passo al romance, allo straordinario, a volte al meraviglioso: «“A pòl capitàr che ’na dòna la s’innamora ad’n’altra dòna.” Tina non lo sapeva, ma erano le stesse parole che Gina aveva detto a Lucia, più di vent’anni prima». Analogamente le penultime pagine del romanzo di Van Straten, in cui il momento confessionale tipicamente non fiction sembra voler esplicitare ciò che la fiction di Franceschini lascia implicito: «Non accetto che questa storia si concluda così (…), con Nada che si sente battuta, con l’impressione che la sua vita straordinaria si chiuda in tono minore. (…) Posso invertire il flusso del tempo (…): alla fine di questo libro, Nada ha, per sempre, ventidue anni». 

E nell’ultima pagina del romanzo torniamo effettivamente nell’ottobre del ’45, la guerra è appena finita, i partigiani hanno vinto, i due protagonisti si amano, Nadia aspetta un figlio, «è felice».

Oggi come ieri l’ombra del presente si allunga sul passato, ma stavolta la speranza inconfessabile è che il passato aiuti il presente a cambiare il finale, almeno nella fiction

Istruttivo, no? Il romanzo storico come macchina del tempo nelle mani di un ceto di letterati progressisti che esistenzialmente si sente in credito con la politica (e a volte perfino professionalmente in credito); alla ricerca di modelli e di risarcimenti, di conferme e di rassicurazioni. Scrive Van Straten (militante della Fgci negli anni Settanta, direttore dell’Istituto Gramsci negli Ottanta, poi presidente di importanti istituzioni culturali dalla fine degli anni Novanta a oggi): a partire dal rapimento Moro, con la scoperta che «le aspettative collettive si erano rivelate fallaci, come singoli avremmo dovuto rivendicarle. Io, invece, cominciai a scrivere romanzi». E ancora:

Penso che le grandi aspettative che abbiamo avuto negli anni Settanta fossero le nostre poesie. Certo, incaponirsi a cercare la palingenesi totale anche di fronte alle smentite ripetute della Storia sarebbe stata una forma di ottusa ostinazione. (…) In ogni caso, di quelle speranze ho sentito a lungo la mancanza e quella mancanza è diventata poi un vuoto, una sorta di nostalgia che la storia di Nada ha messo in evidenza.

Facciamoli allora anche noi, due conti col passato: almeno con quello dei generi letterari. Se eravamo abituati a celebrare, del vecchio romanzo italiano della Resistenza, il lato asciutto e antiretorico – Fenoglio, Viganò, Calvino, Pavese, e molti altri ancora – nella sua versione nuova è spesso la retorica a farla da padrona: non si tratta più di togliere, ma di mettere; allora c’era da gestire un pieno (di azioni, di idee, di politica), adesso i sentimenti sono benvenuti perché servono a riempire un vuoto. E se per Lukács il romanzo storico classico nasceva dalla maturazione di una coscienza storicistica diffusa, la fortuna di questo nuovo genere sembra nascere al contrario dal rifiuto di una parte del presente, o meglio dalla difficoltà di considerare il presente come storia (difficoltà che stilisticamente si traduce spesso nella scelta di attualizzazioni brutali, e nell’incapacità di muovere i personaggi secondo le caratteristiche della loro epoca). L’attuale fiction neostorica somiglia casomai, per certi aspetti strutturali, al romanzo storico cosiddetto ‘decadente’, quello della crisi della borghesia nella seconda metà dell’Ottocento: pronto a proiettare in luoghi e tempi lontani, anche se apparentemente affini, «l’estraneità dell’individuo alla società che lo circonda» (Cases). Oggi come ieri l’ombra del presente si allunga sul passato, ma stavolta la speranza inconfessabile è che il passato aiuti il presente a cambiare il finale, almeno nella fiction. Fu la nausea per la vita moderna a spingere Flaubert a scrivere Salammbô: dopo il bagno di realtà di Madame Bovary, «una fuga nel deserto della Tebaide», storica e esotica insieme, ricca di particolari pittoreschi, ma incapace di restituire un ‘tutto’. Così  questo romanzo progressista: fatte le debite proporzioni, e tenuto conto della nostra attuale abitudine ai frammenti.