Tra gli scrittori italiani attivi nel secondo Novecento Pasolini è forse quello che ha intessuto con la televisione il rapporto più profondo e interessante. Non è stato certo l’unico a saperci stare, o a saperla fare, “bucando” lo schermo, come comunemente si dice. Basti pensare in questo senso al talento di Aldo Busi, o diversamente a quello di Alessandro Baricco. Ma forse nessuno come Pasolini ha saputo muoversi in televisione in modo critico, agendo nello spazio liberato da due principi apparentemente contraddittori, che lui – grande artigiano dell’ossimoro – ha saputo non dico conciliare ma almeno tenere insieme. Da una parte la speranza (di origine gramsciana) per cui la televisione, e i mass media in genere, potessero almeno in teoria costituire un efficace strumento di progresso culturale, in grado di parlare al popolo: idea che autorizzava Pasolini alla partecipazione creativa, alla presenza, a quell’esporsi in scena che gli riusciva tanto bene. Dall’altra l’intuizione opposta (mediata dai francofortesi e da Elémire Zolla), per cui in concreto la televisione stava funzionando come arma di genocidio culturale «per due terzi almeno degli italiani»: scoperta che lo autorizzava – come si sa – a odiarla, e a chiederne polemicamente l’abolizione. 

Non credo sarebbe sbagliato qualificare come sadomasochista il rapporto di Pasolini con la televisione; di certo rispetto al sistema della comunicazione ha saputo alternare aggressività e vittimismo, riconoscimenti e attacchi, proposte d’élite e sensibilità di massa

Pasolini ha attraversato questi sentimenti opposti, il primo soprattutto alla fine degli anni Cinquanta, il secondo soprattutto a partire dal ’66, quando peraltro la sua presenza in tv aumenta considerevolmente. Più in generale, ha saputo alternare il rifiuto dell’autorità e del potere che la televisione necessariamente impone al pubblico («quando qualcuno ti ascolta in video, ha verso di te un rapporto di soggezione, da inferiore a superiore») alla sua passione per le istituzioni, che considerava «commoventi», e al fascino indicibile ma indiscutibile che il potere gli ispirava. Non credo sarebbe sbagliato qualificare come sadomasochista il rapporto di Pasolini con la televisione; di certo rispetto al sistema della comunicazione ha saputo alternare aggressività e vittimismo, riconoscimenti e attacchi, proposte d’élite e sensibilità di massa. Di solito nei confronti dei media i letterati italiani sono più passivi, o tendono all’accademismo, o al contrario sbracano completamente. E infatti rispetto alla televisione si sono spesso attestati su una sola di due posizioni estreme – rifiuto radicale, snobistico e apocalittico della comunicazione di massa (declinato in modi diversi, poniamo da un Ceronetti, o da un Montale), oppure adesione completa, diciamo pure resa incondizionata alle sue regole formali – o alla sua anarchica assenza di regole. Per cui oggi per esempio possiamo vedere Stefania Auci

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