Le ha dato appuntamento nel loro bar, che ormai in realtà è il suo di lei perché lui va in quello di fronte a casa sua di lui. È ancora più vicino e poi tanto non c’è più quella volontà un po’ romantica di incontrarsi fintamente per caso. Però per un incontro non casuale ha scelto di proporle il loro ex bar. Aveva un regalo da darle. A lei piacciono i regali e quindi ha detto ok.
Era una fase in cui non si vedevano da mesi, anche nei pochi messaggi si limitavano a restare sul vago, lei rispettava il suo di lui capriccio di non voler restare amici e lui ormai si era accomodato nella parte di quello che meglio se non restiamo amici e non sapeva bene come uscirne.
Mentre lei percorreva il breve tragitto da casa verso il bar, ripercorreva nella sua testa la breve storia che aveva avuto con lui, la sdolcinatezza dei primi appuntamenti a baciarsi sui marciapiedi bui come gli innamorati adolescenti che non erano più da un pezzo, il sesso deludente e a fare da contorno tutta una serie di cose di poco conto che però la innervosivano molto. Lui la notte, prima di dormire, si metteva i tappi nelle orecchie. Dici, vabbè che sarà mai e allora. Ma a lei questo particolare dava fastidio, soprattutto perché lui aveva messo in pratica questa abitudine in maniera preventiva, dalla prima delle poche volte che avevano dormito insieme, dando per appurato che lei potesse essere una fonte di disturbo sonoro. La mattina quando si svegliava, la prima cosa che faceva, ancor prima di levarsi quei cazzo di tappi, erano dei ridicoli esercizi di yoga nel loro letto. E per loro intendo di lei e di Luca, perché quel letto resterà per sempre loro, almeno finché lei non deciderà di farci un falò.
Quando andavano a cena fuori insieme, lui non le lasciava assaggiare quello che aveva ordinato. Non aveva la curiosità di mangiare almeno un boccone dal piatto di lei né la gentilezza di chiederle vuoi assaggiare. Con Luca era abituata a precisi studi strategici del menu, che li portavano a ordinare tutti piatti diversi che poi condividevano. Per i dolci valeva un’eccezione. Ne ordinavano sempre due differenti, ma lei li mangiava entrambi, perché a Luca piaceva fare quello che odiava i dolci tanto quanto amava osservare lei che li gustava.
Lui era un tipo pacato e gentile ma ogni tanto aveva degli attacchi di aggressività improvvisi per motivi futili o inesistenti. Un giorno, mentre erano in macchina verso le cascate di Carpinone – gran posto, ve lo consiglio – si è accorto che il suo di lui zaino aveva un po’ schiacciato il sempre suo di lui cappello posato sul sedile posteriore della macchina. Ha iniziato a bestemmiare con stizza insinuando che quello zaino su quel cappello, carico di chissà quali preziosissime vibrazioni, ce lo avesse messo lei.
Arrivata a metà strada, decise di rallentare il passo per avere il tempo di completare il suo elenco mentale. Si ricordò di quando, in un ristorante sperduto tra le montagne, lui si era incazzato perché l’antipasto che avevano scelto di prendere comprendeva a suo di lui giudizio troppe portate. Il proprietario aveva profetizzato in modo malizioso e inopportuno la breve durata della loro relazione, aveva interrotto il servizio della sfilza di antipasti, ma solo per lui perché lei era entusiasta e curiosa di assaggiarli tutti. Lui aveva ordinato per tigna primo e secondo senza alcuna voglia né di mangiarli né di condividerli ma tanto lei era così imbarazzata che quella sera non voleva avere niente a che fare con le sue di lui ordinazioni del cazzo.
Un’altra volta, in un’enoteca di un paese di provincia, lui non aveva gradito il fatto che lei avesse ordinato una bottiglia di rosato, una scelta un po’ da froci secondo lui. Lo chiamava rosé, in maniera dispregiativa, diceva che il vino o è bianco o è rosso, non l’aveva mai assaggiata in vita sua quella via di mezzo annacquata. Poi aveva dovuto ammettere che era buono ma la tensione era rimasta, perché aveva continuato a fare casini anche con le ordinazioni di cibo.
Una relazione così breve e così tante questioni legate al mondo della ristorazione. Quanto cazzo le mancava andare al ristorante insieme a Luca.
Aveva chiaro in testa quell’elenco di cose che non le andavano di lui, perché era lo stesso che aveva verbalizzato alla psicanalista qualche tempo prima quando lei le aveva chiesto cosa c’era che non funzionava. Era quasi arrivata al bar ma ebbe il tempo di scorrere nella sua testa altri due punti della lista. Ogni volta che lei gli proponeva di vedere un film che parlava di gay lui bofonchiava disinteresse e declinava l’invito. Trovava stupido che lui mettesse delle etichette ai film e si rifiutasse di vedere Happy together o La vita di Adele per partito preso. Che poi secondo lei La vita di Adele lui l’aveva visto e ci si era fatto pure le seghe e il problema ce l’aveva in realtà solo quando gli omosessuali erano maschi. Aveva lasciato per ultimo il punto della lista che forse li separava maggiormente: lui non conosceva il tenente Colombo. Cioè proprio non sapeva neanche di cosa lei parlasse la prima volta che gliel’aveva nominato. Per lei questa mancanza era una colpa, un errore rosso che divideva i loro immaginari e le loro visioni del mondo.

Lui pensò compiaciuto che lei sorridesse nel vederlo da lontano mentre in realtà lei stava pensando al fascino di John Cassavetes nel ruolo del direttore d’orchestra assassino in uno degli episodi più memorabili della serie.
Si salutarono con un abbraccio impacciato e si sedettero al tavolino esterno che lui aveva già occupato. Su una delle sedie stavano appoggiate tre grandi buste di plastica pesante di colore verde scuro con i manici di plastica rigida neri, di quelli che si agganciano quando vengono premuti tra di loro. Lui le raccontò che era andato a sgomberare e riordinare la soffitta di una sua vecchia zia che aveva una boutique di alta moda negli anni Settanta e aveva messo a posto scatoloni pieni di vestiti. Lei, che aveva ancora in testa le atmosfere glamour e facoltose in cui gravitano i cattivi di Colombo, pensò ai completi, alle camicette e ai maglioncini sfoggiati dall’assassina di un altro dei suoi episodi preferiti, in cui il riscatto sociale della protagonista passa per l’uccisione del fratello con repentino e simbolico cambio di look, da fragile depressa in vestaglia a manager rampante, con i capelli perfetti e il guardaroba optical chic. Il suo di lei cuore cominciò a battere al ritmo dei pattern che immaginava su maglie di seta, abitini e foulard dalle fantasie geometriche, floreali o astratte. Il pattern è bello, il pattern è rassicurante, il pattern si riproduce all’infinito. Magari anche la loro storia era un pattern e sticazzi di Colombo e delle ordinazioni al ristorante, tanto probabilmente avrebbe dovuto mettersi a dieta per indossare il suo nuovo guardaroba. Era infatti convinta che, di lì a poco, lui le avrebbe detto che quelle tre buste avrebbe potuto riempirle con tutti i vestiti che voleva. Che regalo fichissimo e originale, e quello sguardo così intenso che ogni tanto lui posava su di lei mentre le snocciolava aneddoti sulla zia commerciante d’élite, in fondo era bello ritrovarselo di nuovo addosso.
Il racconto di lui e i pensieri di lei si arrestarono nelle rispettive sorsate di caffè. Poi lui cominciò a tessere le lodi di quelle tre buste verdi, eleganti, raffinate e resistenti – adesso non le fanno più di quella plastica così pregiata le buste – e le disse che aveva pensato a lei quando le aveva viste, magari le potevano servire. Lei si ridestò dalle sue megalomani illusioni, gli disse che lo ringraziava del pensiero ma quelle buste non le servivano, no neanche per il cambio di stagione, come lui le aveva suggerito con una premura che tanfava di naftalina. Lei entrò nel bar a pagare i due caffè, lo salutò dicendo che aveva un po’ fretta e decise di concentrare tutti i suoi pensieri sull’episodio di Colombo che avrebbe rivisto quella sera, quello con Dick Van Dyke nel ruolo del fotografo assassino. Come ogni volta avrebbe riso e pianto durante la scena in cui Colombo va a indagare alla mensa dei poveri e la suora lo scambia per un senzatetto. E Colombo se ne sta lì e non fa una piega, si siede a mangiare con gusto accanto ai barboni, interroga il testimone ubriacone dando credito alle sue parole e accetta con gentilezza le zelanti premure della suora che si prodiga per sostituire il suo impermeabile liso con un soprabito più dignitoso.
Poi realizzò che quelle buste avevano il colore e la consistenza dei sacchi che contengono i cadaveri nei film. Sembrava piuttosto chiaro che la loro storia, di lei e di lui, non era affatto un pattern, era soltanto il piccolo fastidio di tre buste vuote che sarebbero andate a finire nel cassonetto della plastica.