Spesso mi viene da pensare alla letteratura. Ma a che cosa penso quando penso alla letteratura? Innanzitutto bisogna dire che questo pensiero ricorrente, talvolta maniacale, l’ho sottovalutato per tanto tempo. Ho pensato alla letteratura dimenticandomi di averci pensato, quasi ogni giorno della mia vita. Ho pensato alla letteratura senza mettere a fuoco tutte le questioni specifiche che questo dato di fatto avrebbe potuto comportare, visto che la letteratura è diventata anche un’occupazione, financo una professione. Ma forse sbaglierei a tentare di raffinare questo pensiero, cominciare ad analizzare cos’è che penso esattamente quando penso, dico di pensare, alla letteratura. È un pensiero evanescente di qualcosa che ho la presunzione di conoscere molto bene, ma che mi sfugge proprio quando sono certo di averlo afferrato.

Probabilmente pensare alla letteratura non ha scopo, come tutti i pensieri più veri. Il mio pensare alla letteratura è libero e sconfinato, lontanissimo dal porsi degli obiettivi, abituato a considerarsi un fine e non un mezzo. Pensare alla letteratura mi accade naturalmente, è un processo che nasce senza premeditazioni o forzature, di cui nella maggior parte dei casi non sono neppure cosciente. Pensare alla letteratura consiste in un’attività psichica sfaccettata, che si compone di diversi approcci, biografico, aneddotico, ermeneutico, metafisico, ma allo stesso tempo consiste nel suo opposto, cioè dare corso a un vuoto piuttosto che a un pieno, così come certe discipline orientali sono solite indicare il vero pensiero, o la strada verso il Nirvana. Pensare alla letteratura non serve per mettere a fuoco, raggiungere una quadra, trovare una definizione.

Pensare alla letteratura è

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