Scrivendo di Nella carne, qualche tempo fa, credo di non aver esplicitato il motivo profondo del mio interesse. Sta in un aspetto identitario, punto comune con altre storie lunghe, quasi tutte scritte in inglese, che ho letto negli ultimi mesi.

Non saprei definirle se non facendo ricorso a una categoria scivolosa come midcult: che indica un prodotto che fa una promessa di cultura alta, accessibile senza sforzi né credenziali alla massa dei consumatori, scambiato per cultura “alta” da quella stessa indifferenziata platea (en passant, nella prima formulazione del concetto nel 1960 da parte di Dwight MacDonald, l’esempio principe del midcult è Il vecchio e il mare – le asticelle erano alte un po’ per tutto, ai tempi).

La narrativa internazionale che negli ultimi anni, al di fuori dell’aiuola italiana, racimola premi, viene discussa dall’informazione, scala le classifiche di vendita e di qualità, sfonda i circuiti chiusi del professionismo editoriale, sembra rispondere bene a questa diagnosi antica di MacDonald. Tuttavia, David Szalay, Eshkol Nevo, Ottessa Moshfegh, Ayşegül Savaş, i pochi nomi per me più facili da indicare in un gruppo più numeroso, offrono un tipo di prosa che, ecco il punto, è banalizzante definire semplice midcult, cioè letteratura insincera, garanzia di una profondità che non c’è. Le storie di questi e altri autori offrono un intrattenimento di grande livello, ma è impossibile non accorgersi che condividono anche le prospettive della letteratura vera, la sua ossessione della profondità, a volte anche la sua ambivalenza morale e la riluttanza a compiacere il destinatario: solo, affrancate dalla fatica dello stile, dalla necessità di individuarsi in una tradizione e definirsi in una struttura. In questa letteratura vera “col segno meno”, le continuità pesano molto di più delle differenze fra i singoli e offrono spunti per trarre una morfologia del genere. Partiamo con le caratteristiche generali:

1. Sottomissione della Storia al dominio simbolico del presente.

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