I grandi classici delle scienze sociali sono spesso pieni di grandi previsioni sbagliate. Che dire, ad esempio, dell’annuncio fatto dall’economista americano Walt Whitman Rostow ne Gli stadi dello sviluppo economico, secondo cui la società dei consumi avrebbe spinto a un progressivo aumento della natalità? Era il 1960 e nel giro di cinque anni il cosiddetto “baby boom” si sarebbe concluso. 

La demografia ci insegna che esiste una relazione non-lineare tra sviluppo economico e fertilità. Nella prima fase del ciclo della prosperità, l’aumento delle risorse disponibili stimola la crescita della popolazione, poi la curva si inverte drasticamente. È la famosa “transizione demografica”: se negli Usa si è manifestata a metà degli anni Sessanta, in Italia il trend si inverte nel decennio successivo, portando il paese a quello che oggi è uno dei tassi di fecondità più bassi al mondo. Insomma, c’è transizione e transizione – e la soglia di ricchezza non sembra essere il criterio determinante.

Malgrado il suo errore, Rostow partiva da intuizioni pertinenti: citando i Buddenbrook di Thomas Mann, notava che le aspirazioni mutano assieme alle generazioni, perché ognuna riconosce valore a stili di vita differenti. Se l’economista avesse proseguito il ragionamento, però, si sarebbe ricordato che il romanzo di Mann è letteralmente la storia di un’estinzione. Che forse è un po’ anche la nostra. 

La saga dei Buddenbrook si snoda attraverso

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