Dopo i contributi di Walter Siti, Francesco Pacifico, Filippo D’Angelo, Marco Rossari, Silvia Pareschi, Luca Ricci, Ilaria Gaspari, Ernesto Aloia e Fabrizio Patriarca, continua la serie di pezzi sull’arte della scrittura pubblicati grazie alla collaborazione di Snaporaz con la scuola Belleville.

Chi scrive per ragazzi e ragazze è afflitto da una maledizione. (Nota dell’autore: da qui in poi verrà usato solo il maschile sovraesteso “ragazzi” per indicare anche le ragazze, i bambini, le bambine e tutte le persone che non si identificano in questo o in quel genere, al solo scopo di facilitare la lettura).
Nonostante le vendite dei libri per ragazzi trainino quelle di tutto il settore, chi se ne occupa viene considerato come un buffo personaggio che crede nelle fate e non si è ancora rassegnato al fatto che i draghi non esistono. Non un professionista che fa del proprio meglio per svolgere un lavoro degnissimo: offrire ai ragazzi letture che, auspicabilmente, li convincano che leggere è bello così che, magari, continuino a farlo anche da adulti. Secondo «Il Sole 24 Ore», l’anno scorso la spesa degli italiani in libri per bambini e ragazzi è stata di 276,8 milioni di euro.

Il contesto economico non è favorevole, i dati dell’abbandono scolastico mettono i brividi eppure, secondo Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Associazione italiana editori (Aie), «i giovani lettori stanno attualmente dando impulso all’industria libraria (…) sull’onda delle segnalazioni sui social, del passaparola tra coetanei, del BookTok».

Ciò nonostante, ogni volta che qualcuno mi chiede che cosa faccio per vivere, quando rispondo che scrivo romanzi per ragazzi ricevo in cambio un sopracciglio alzato e la domanda flautata: «Ma perché non scrivi per adulti?».

Ormai la pubblicazione del mio primo romanzo è datata 1999, e da allora non ho mai smesso di dovermi confrontare con la perplessità del mio “pubblico” adulto di non addetti ai lavori.

La domanda si è presentata con infinite variazioni sul tema, che vanno da “Ma quando scriverai un romanzo che piaccia anche a me?” a “Ma quando scriverai un libro vero” come se finora avessi usurpato il termine romanzo per librini o storielle o favolette (lista non esaustiva; sentitevi liberi di scegliere il termine più urticante).

© Iara Correia

L’unica – parziale – consolazione è che la maledizione colpisce anche autori più famosi o bravi di me, come Katherine Rundell e Mac Barnett, che al proposito hanno scritto due bei libri che consiglio,

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