Backrooms prende in prestito il termine informatico che indica un accesso nascosto, una falla deliberata nel sistema, per trasformarlo in una potente metafora della mente. Le “stanze sul retro” del film non conducono semplicemente in altri luoghi, ma in una dimensione che il protagonista definisce come «ogni luogo che sia mai esistito»: un archivio infinito di spazi, ricordi, possibilità e proiezioni mentali. È qui che l’immaginario visivo dell’opera sembra avvicinarsi sorprendentemente a No-Stop City, la celebre città utopica radicale elaborata da un gruppo di architetti, Archizoom Associati, alla fine degli anni Sessanta.

No-Stop City non era una città nel senso tradizionale del termine. Era piuttosto uno spazio continuo e illimitato, un ambiente interno omogeneo esteso potenzialmente all’infinito, privo di monumenti, gerarchie, centro e periferia. Un dentro senza un fuori. Un unico spazio climatizzato e artificiale, attraversato da reti di servizi, illuminazione e infrastrutture tecniche, dove l’architettura cessava di essere forma per diventare puro sistema. La città coincideva con il mondo stesso: un paesaggio senza confini, replicabile ovunque e destinato a inglobare ogni differenza. Metafora del capitalismo la No-Stop City rappresentava attraverso la forma architettonica la logica di un’urbanizzazione totale del mondo.

È difficile non leggere gli spazi di Backrooms attraverso questa lente. Specialmente se

Questo contenuto è visibile ai soli iscritti

Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo.

Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.