La giovane donna è seduta su una poltrona, il volto leggermente inclinato, gli occhi rivolti fuori campo. Una folta chioma in stile afro, indossa una luminosa blusa bianca merlettata, grandi orecchini a cerchio. Eppure, a imporsi nella fotografia è la mano sinistra. Si solleva dall’avambraccio appoggiato alla gamba: aperta, monumentale. Nel profondo bianco e nero, la luce ne accarezza la parte esterna e le dita fino a raggiungere metà del volto, conferendo all’intera figura un’aura solenne. La mano smette quasi di essere mano. Diventa una forma, un segno che catalizza lo sguardo: il punctum, direbbe Roland Barthes.

È una delle prime immagini che accolgono il visitatore nella mostra Photoromance, dedicata soprattutto alla produzione degli anni Settanta del padre della fotografia ivoriana Paul Kodjo, a cura di Amandine Nana, allestita alla Croisière per la 57ª edizione delle Rencontres de la Photographie di Arles fino al 4 ottobre 2026. È anche tra quelle fotografie che, all’inizio degli anni Duemila, colpiscono e spingono il giovane fotografo ivoriano Ananias Léki Dago a cercare il maestro. Quando finalmente lo incontra, Kodjo gli affida una valigia con migliaia di negativi deteriorati dal tempo. Da quel gesto prende avvio il lavoro di recupero del suo archivio, raccontato nel documentario Je reste photographe (2022), diretto dallo stesso Dago. Se oggi possiamo vedere questa esposizione, è anche grazie a lui.

© Paul Kodjo, Notre enfant a sauvé notre amour, 1971
Courtesy of Les Rencontres du Sud and in camera galerie

Nato nella foresta del Banco, ad Abidjan, nel 1939, Paul Kodjo inizia la sua carriera come fotogiornalista per la stampa locale. Nel 1967 si trasferisce a Parigi per studiare cinema, con il sogno di diventare regista, senza interrompere la collaborazione con i giornali ivoriani, e documenta anche il ’68 francese. Tornato in Costa d’Avorio

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