Nel corso di una trasmissione televisiva dedicata al delitto di Garlasco, la giornalista Concita Borrelli pronuncia una frase destinata a suscitare un acceso dibattito pubblico e a riaprire la discussione sulla liceità e sul significato delle fantasie di stupro: «Se entriamo nella sfera sessuale di ognuno di noi, dico una cosa terribile e forte, c’è lo stupro. C’è che qualcuno ti prende o tu prendi qualcuno nella testa, nei sogni e nell’immaginazione. Ce l’abbiamo tutti». Esiste un modo lecito di parlare di fantasie erotiche? E se ci fosse qualcosa di vero nelle parole di Concita Borrelli? Prendiamo l’esempio della letteratura.
Non avevo mai violentato nessuno in vita mia prima di allora. Mi era sempre sembrata una cosa piuttosto stupida, ma questo prima di imbattermi in questa provocatrice. Adesso sono favorevole allo stupro al cento per cento, e raramente mi è capitato di provare tanto piacere nel togliere i vestiti a una donna quanto ne provo nello spogliare questa stronza. Le passo le mani addosso, la stringo qui e la pizzico là, e più lei si dimena e singhiozza dietro il bavaglio, più il mio cazzo si indurisce.
Nel 1941 il libraio Milton Luboviski commissiona all’amico Henry Miller un racconto lungo a tema erotico. Dopo che i suoi libri sono stati vietati negli Stati Uniti per oscenità, Miller, che firma i propri racconti per il Chicago Tribune con il nome dell’amico Alfred Perlès, si è rifugiato a Parigi Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti