Premi il bottone 6 – dice. Lo preme. Premi il bottone 21 – dice. Lo preme. Premi il bottone 18 – dice. Lo preme. Hai finito, puoi andare – dice.
Esce dallo stabilimento. Fa freddo. Cammina mani in tasca, il mento affondato nella sciarpa. Nella foschia intravede, forse a cinquanta metri, un gruppo di una dozzina di persone. Bloccano il marciapiede. Si ferma. Attraversa la strada. Due persone si staccano dal gruppo. Attraversano la strada. Lo aspettano. Mani in tasca, mento nella sciarpa, cammina. A due passi dalle due persone, chiude gli occhi. Conta fino a quattro. Riapre gli occhi. È andata. Non vede il braccio che si alza, non vede il bastone. Un solo colpo, sulla nuca. Cade in avanti. Lo frugano. Prendono il portafoglio. Se ne vanno. Si mette in ginocchio. La testa fa male. Si mette in piedi. La testa gira. Non si guarda intorno. Si tocca la nuca. Non c’è sangue. Prova a camminare, piano. Mani in tasca, mento affondato nella sciarpa. Cammina più svelto.
Alla stazione di polizia dice dove, quanti erano. Cosa aveva nel portafoglio? La tessera universale, qualche gettone. Apre la porta di casa, con la tessera? No, c’è la combinazione sia al portone sia all’appartamento. C’è qualcuno a casa? Vivo solo. Sa che ci proveranno. Lo so. Firmi qua. Per la nuova tessera? Venga domani, avvisi al lavoro. Ci vorrà tanto? Tra il questionario e i controlli, tutta la mattina. Va bene. Le diamo un passaggio. Ce la faccio, se sono arrivato fin qua. No, nel caso fossero già sotto casa. Ah. Domattina chiami un taxi, non lo aspetti sul marciapiede. E come lo pago? Le facciamo un buono, paghiamo noi. Grazie. È più semplice che venirla a prendere con una volante.
La mattina dopo chiama un taxi, lo aspetta nell’androne. Quando il tassista dà il segnale col claxon, esce svelto. Dove andiamo? Alla stazione di polizia. Consegna il buono. Il tassista non è contento. Se va bene mi pagano tra sei mesi. Non so cosa farci, mi hanno rubato tutto. Eh, capisco.
Dica il suo nome. Il cognome. La data di nascita. L’indirizzo. Dove lavora? Incarico? Inquadramento? A quale religione è iscritto? Dica il dogma. Frequenta le funzioni? Dovrebbe. Chi è il suo confessore? Una volta al mese? Un po’ poco. Come mai vive solo? Quando è morta sua moglie? Figli? Dove vive? Come si scrive? Ah, con l’acca davanti. E come mai in Honduras? Ci faccia controllare. Vada in sala d’attesa.
Lo richiamano. Sono sette anni che suo figlio non rientra. Vi sentite? Ci dica l’ultima volta che si ricorda. Fra tre anni potrà chiedere la cittadinanza. Ha debiti? No, lei. Ah. Allora: fra tre anni, se suo figlio non rientrerà, lo Stato incamererà la fideiussione, guardacaso proprio un mese dopo che lei avrà chiuso il suo mutuo, mutuo acceso guardacaso proprio sette anni fa. A parlar chiari, questo sembra proprio un piano. Lei si è indebitato per costituire la fideiussione per suo figlio e in sostanza ha garantito il suo debito con la fideiussione stessa. In pratica ha pagato la fuga di suo figlio. Niente di illegale, per carità. Non da buon cittadino, però.
Adesso succede questo: telegrafiamo a suo figlio. Lei firmerà il telegramma. Se suo figlio rientra entro una settimana, va tutto a posto. Lei estingue il suo mutuo, la banca si prende la quota residua dalla fideiussione, lei e suo figlio vi trovate con un gruzzoletto e senza più rate da pagare. Poi vedrà che suo figlio lo troverà, un buon lavoro, anche in patria. Nel frattempo le diamo una tessera con restrizioni. Basta che passi di qui prima di andare al lavoro. Deve strisciarla in quel lettore lì. A che ora potrebbe passare? Allora impostiamo tra le sette e quarantacinque e le otto e quindici. Se per qualche ragione non ce la fa, ci telefoni a questo numero. Ci dice dov’è, passiamo a controllare. Chiaro? Per il telegramma firmi qui. Può aggiungere qualche parola di saluto. Ora vada in sala d’attesa.
Lo richiamano. Ecco la sua tessera. La strisci adesso, per attivarla. Può andare al lavoro. Ci vediamo domani mattina.
Premi il bottone 28 – dice. Lo preme. Premi il bottone 4 – dice. Lo preme. Premi il bottone 17 – dice. Lo preme. Hai finito, puoi andare – dice.

Esce dallo stabilimento. Cammina. Mani in tasca, mento affondato nella sciarpa. Il marciapiede è deserto. Davanti al portone di casa non c’è nessuno. Sale al piano. Sul pianerottolo nessuno. È dentro da dieci minuti quando suona il telefono. Sono un amico di Ernesto, suono il campanello tra qualche minuto, fammi salire. Due, tre minuti. Il campanello suona. Da dove avrà telefonato? Lo fa salire. Un giovanotto più alto di lui. Non si toglie il cappotto. Ernesto non torna, dice. Sei matto, ti avranno visto. Non mi hanno visto. Come faccio, se Ernesto non torna? Ci pensiamo noi. Ho una tessera con restrizioni, devo passare a strisciarla tutte le mattine, e dura solo una settimana. Avrai una tessera buona. Chi sei, tu? Tu non sai chi è tuo figlio. Ho capito anni fa che era meglio se non lo sapevo. Ecco, bravo, e fai bene a non sapere chi sono io. In che modo mi aiutate? Avrai la tua tessera, e il poliziotto si beccherà una sanzione. Siete matti. Siamo… una rete. E arrivate così in alto? Arriviamo dove serve. Senti, cosa fa Ernesto? Ripeto: è meglio che tu non sappia.
La mattina dopo passa alla stazione di polizia. Striscia la tessera. Il poliziotto di turno è un altro. Lei è… Sì. Vuole un caffè? Esita. Vuole un caffè?, ripete il poliziotto. Grazie, sì. Entri qui. Ma… Ci vuole zucchero? No, grazie. Allora, stia a sentire: io so tutto, e il mio collega non sa niente. Capito. Lei faccia la sua vita, normale, e non si preoccupi. Ora beva il caffè, e vada al lavoro.
Premi il bottone 2 – dice. Lo preme. Premi il bottone 71 – dice. Lo preme. Premi il bottone 24 – dice. Lo preme. Hai finito, puoi andare – dice.
La mattina dopo passa alla stazione di polizia. C’è il poliziotto del giorno prima. Venga, venga. Lo porta negli uffici, poi giù da una scala, nel sotterraneo. Apre una cella. Il poliziotto di due giorni prima è ammanettato a una sedia. Sembra addormentato. In faccia ha i segni dei colpi. Lo riconosce? Sì. È questo il nostro collega – ex collega, ormai – che ha esercitato su di lei un ricatto, rifiutando di riconoscerle i suoi diritti? Sì. Basta questo.
Di nuovo negli uffici. Un foglio da firmare. Devo leggere? Non serve. Firma. Che cosa succederà al suo ex collega? Quello che gli spetta. Sarà giustiziato? Non è affar suo, e neanche mio. La mia tessera? Eccola, mi restituisca l’altra. Devo avvisare… No. Si alza in piedi per congedarlo. Non è successo niente, ha capito? Non è successo niente, non c’è niente di cui lei debba avvisare nessuno, non c’è niente da raccontare a nessuno. Ora vada al lavoro e non ci pensi più.
Va bene.
Premi il bottone 15 – dice. Lo preme. Premi il bottone 56 – dice. Lo preme. Premi il bottone 3 – dice. Lo preme. Errore – dice.