Mezzo secolo fa la giuria del festival di Cannes, presieduta da Tennessee Williams, premiò con la Palma d’oro Taxi Driver del trentatreenne Martin Scorsese, preferendolo a Nel corso del tempo di Wim Wenders e a La marchesa von… di Eric Rohmer. Specie in Italia, molti mugugnarono, come sempre è successo quando Cannes ha premiato film americani ritenuti troppo di genere (come Cuore selvaggio di Lynch nel 1990 e Pulp Fiction di Tarantino nel 1994). Un critico solitamente sobrio e ragionevole come Giovanni Grazzini, che aveva apprezzato Mean Streets e Alice non abita più qui, scrisse sul «Corriere della sera» (Violenza Usa a tassametro, 27 settembre 1976) che si trattava di «una prova sfiatata di Martin Scorsese» perché «sotto la scorza sanguinosa, banale è la storia e risaputo lo stile»; e lamentava inoltre la mancanza di «una chiara prospettiva ideologica»: Scorsese sarebbe stato «tentato di adeguarsi all’ottica del cinema reazionario». «Cinema Nuovo» non avrebbe potuto fare di peggio.
Certo, il contesto di ricezione era anche quello indicato da Grazzini: e Taxi Driver, come ha scritto Tarantino in Cinema Speculation, «è il vero figlio bastardo di Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti