Esce dall’ufficio alle cinque, e prima di arrivare a casa deve passare al supermercato: il detersivo per la lana, il cioccolato amaro, la carta igienica, e un’altra cosa o forse due che non ricorda. Come al solito ha fatta la lista, e come al solito il bigliettino è rimasto sul tavolo della cucina; di tornare a casa e poi riuscire non ha voglia, con quel freddo, e comunque la cena è già pronta – la zuppa da riscaldare, le patate da friggere – e di qualunque cosa si sia dimenticato non è certo qualcosa che serve necessariamente subito, proprio quella sera: il caffè c’è, ripassa mentalmente, l’olio c’è, il pezzo di pagnotta lo ha tirato fuori dal congelatore (lo ha tirato fuori davvero? Sì, ricorda benissimo, lo ha messo in un sacchetto di carta e ha appoggiato il sacchetto di carta sul tagliere del pane, e il tagliere del pane è a sinistra del piano cottura – dove sta sempre, peraltro), le pastiglie per la lavapiatti le ha prese due giorni prima, e allora cos’è che manca, a casa? Non ha importanza, non è importante, si dice, e cammina veloce nel freddo – il primo vero freddo da inverno, in quel novembre quasi sempre soleggiato –, annusando per sentire se davvero c’è nell’aria l’odore di neve, come gli ha detto Irma al telefono in pausa pranzo: «Qui c’è l’odore di neve», gli ha detto, e lui le ha chiesto di descrivergli l’odore della neve; ma lei ha protestato, «No, non l’odore della neve, la neve non ha nessun odore; c’è nell’aria l’odore di quando poi viene la neve, che è un odore di aria fredda e secca, un odore amarognolo, ma appena appena, possibile che non ci hai mai fatto caso?». No, non ci ha mai fatto caso, le aveva detto, all’odore che ha l’aria prima che venga giù la neve; ma all’uscita dall’ufficio ci farà caso, annuserà, cercherà di distinguere la presenza di un odore specifico – sempre che poi nevichi; «Nevicherà», ha detto Irma, «non può che nevicare, l’odore è un segno certo e indubitabile; vedrai che nevicherà». Al momento di neve non se ne vede, e lui mentre cammina sente solo l’odore del freddo, cioè nessun odore, il freddo ha annientati tutti gli odori della città oppure ha reso insensibile il suo naso, e gli viene in mente una frase, quasi un proverbio: «La merda monta: fortuna che fa freddo, e non si sente l’odore; fortuna che è notte, e non si vede». Da dove viene quella frase? Gliene vengono in mente due, di possibili origini: una canzone del Gaber, ma non saprebbe dire quale, anche perché lui il Gaber lo ha frequentato poco e male, è solo che quella frase là, detta col vocione del Gaber, gli pare che verrebbe bene; o una vignetta di Tullio Pericoli, più probabilmente, di quando Tullio Pericoli faceva sempre un vignettone nell’ultima pagina dell’«Espresso»: e se era una vignetta di Tullio Pericoli, era sicuramente una vignetta su Craxi. Quanti anni sono passati?, si domanda mente aspettava il verde al semaforo di via Garibaldi, e com’è che dopo tanti anni, dalla metà degli anni Ottanta, gli vengono in mente Tullio Pericoli e Bettino Craxi, Bettino Craxi disegnato da Tullio Pericoli mentre scrive i suoi discorsi battendo sulla macchina per scrivere con i guantoni da boxe: com’è? Com’è? Cos’è che mi ricordo, io, di Bettino Craxi, se non questo, si dice, e «Passami l’olio», e una pubblicità di «Repubblica», sì, doveva essere «Repubblica», con il claim «Repubblica sveglia l’Italia» su una grande fotografia di un Bettino Craxi stravolto dalla stanchezza, la testa sostenuta dalla mano destra, lo sguardo perso e disgustato di chi ha bisogno solo di riposo, riposo, riposo.

Entra all’Esselunga. Detersivo per la lana, carta igienica, cioccolato amaro, e cosa? Il detersivo per la lana, e sì, oh sì, il WcNet, la bottiglia a becco d’anatra, ecco cosa ha rischiato di dimenticare. Per sicurezza due dentifrici, visto che sono in offerta, e due saponi antibatterici per le mani. Fila breve alla cassa, una busta di carta coi manici, di nuovo fuori. Annusa ancora. Nessun odore particolare. Sarà a casa per le sei, le sei e un quarto, avrà avuto il tempo di stare un’ora sul divano con i piedi in alto, a contemplare sciocchezze su Instagram o a leggere per bene tre pagine delle «Notti» di Edward Young. «E quante volte inganna / de’ viventi la speme, e insiem deride / di lor la sicurezza! In ogni istante / l’inesorabil morte urta smentisce / ciò che l’uom si figura, e ciò che in seno / all’avvenir prevede ella confonde»: ancora si stupisce, all’età che ha, e con le difficoltà di memoria che ha, di essere capace di ricordarsi così, senza averli letti di proposito per ricordarli, certi grappoli di versi: questi versi che suonano così leopardiani – vabbè, di un Leopardi un po’ magniloquente e un po’ sciatto –, nella traduzione di Giuseppe Bottoni che ha comperata su Maremagnum, stampata in Siena tredici anni prima che Giacomino nascesse; e sarà dunque Leopardi da leggere invece come se avesse avuto, al modo peraltro di tanti al suo tempo, lo Young come livre de chevet. Così funziona la mia testa, si dice, la neve e l’odore e la merda e Tullio Pericoli e il Gaber e Bettino Craxi e la morte e Edward Young e Leopardi… Che confusione!, che parapiglia!, e questo è lo Zecchino d’oro, sicuramente lo Zecchino d’oro del 1971, perché lo ha visto in casa della zia Doralice – di questo è certo, ha il ricordo meticoloso del salotto, dei cuscini dei tappeti, di lui e suo fratello che guardano la televisione a pancia in giù sui tappeti, della zia Doralice sulla poltrona di pelle – e la zia Doralice aveva comperato la televisione apposta per vedere il mondiale di calcio del 1970, e poco dopo il televisore se l’erano comperato anche loro, quindi se lo aveva visto a casa della zia Doralice non poteva essere che lo Zecchino del 1971: che confusione!, che parapiglia!, per quattro chiacchiere fatte in famiglia! Si ferma a guardare una vetrina di scarpe, è dalla fine dell’estate che si è proposto di comperare un paio di scarpe nuove per l’inverno, ma non si decide mai: gli sembrano tutte troppo brutte o troppo costose, a volte tutt’e due le cose, e non ha ancora deciso di cedere alle insistenze di Irma che gliele vuole comperare via internet da un calzaturificio marchigiano, si chiama appunto «La Marchigiana»: a lui comperare delle scarpe senza provarle fa impressione, d’altra parte quelle che ha comperate Irma per sé le vanno benissimo, è che lui ha quell’eterno problema del piede sinistro che è più grosso del destro: ma probabilmente non c’è scampo, nei negozi vendono delle robe che si vergognerebbe di tenere ai piedi. Non è schizzinoso sulle scarpe, ma delle scarpe da quarantacinque euro devono sembrare scarpe da quarantacinque euro, e delle scarpe da duecentocinquanta euro devono essere delle scarpe da duecentocinquanta euro: non sopporta le scarpe pretenziose. Smette di guardare la vetrina, va. Irma arriverà alle sette e mezza, più o meno, lui scalderà la zuppa e friggerà le patate, lui le parlerà dell’ufficio o di Young, lei gli parlerà dell’ufficio o Wes Anderson – sono intrippati con Wes Anderson, ultimamente, e lei non si dà pace che i film di Wes Anderson che le piacciono di meno siano quelli che a lui piacciono di più –, poi guarderanno qualche puntata di «Studio 60 on the Sunset Strip» e finalmente andranno a letto – dopo aver guardato un po’ la neve, dalla finestra della cucina, perché la neve sicuramente arriverà, il naso di Irma non può ingannarsi – dove dormiranno abbracciati ma divisi dalla boule dell’acqua calda o forse faranno l’amore sfidando il freddo della stanza – tengono il riscaldamento al minimo, con quel che costa – e lui prima di addormentarsi sentirà ancora turbinare nella sua testa tutte le cose del giorno, e le pratiche dell’ufficio, e Bettino Craxi, e il WcNet che quasi se lo dimenticava, e Edward Young, e Matt e Danny, e la vita di merda di quel povero Matthew Perry, così bravo e simpatico, benché sempre pieno di alcool e droghe e farmaci, pover’uomo. «La fine dei desideri», ricorderà, ecco, questo è il titolo dell’unica commedia che scrisse Matthew Perry, «The End of Longing», ecco cosa ci è successo, devo cercarla, devo leggerla, si dice che non sia un gran che, ma quel povero Matthew Perry, sempre pieno di alcool e droghe e farmaci, con il corpo devastato dalle operazioni chirurgiche, a cinquant’anni aveva scritto una commedia intitolata «La fine dei desideri», e questo è quello che ci è successo, questo è quello che ci è successo, e ciò che in seno ella smentisce l’inesorabil morte quante volte inganna. Si addormenterà.