Sospinto dalla sua baldanzosa colonna sonora (e secondo i detrattori da poco altro) 9 settimane e ½ taglia il traguardo dei quarant’anni, o delle 2087 settimane. Un film, diciamolo, costantemente frainteso. Da chi? Da un pubblico perfettamente scisso già all’epoca dell’uscita (punizione al botteghino negli Usa, trionfo nel resto del mondo) ma che si era comunque affrettato (negli Usa come nel resto del mondo) al gesto più ovvio, cioè metterlo nella categoria tutto sommato innocua dell’eros velleitario-trasgressivo, come fosse una versione di Ultimo tango a Parigi attenuata e arredata, col solipsismo da paltò di Marlon Brando che virava da trasandato a stiloso. Frainteso da una critica che ha insistito soprattutto sulla caratteristica patinatura, a rivelare la pretesa furbizia del regista. Adrian Lyne, furbo, furbissimo, ameno verniciatore: tutta la retorica autoreferenziale della Grande Mela (ma allora bocciamo pure Ghostbusters), e certa vistosa destrezza di prolisso spot pubblicitario, di videoclippone “fashion”, ma sceneggiato male.
9 settimane e ½ è invece una dolorosa, per molti tratti fredda, tristissima indagine sul Tempo.
Un film che trabocca di orologi, a partire da quello d’oro che John (Mickey Rourke) regala a Elizabeth (Kim Basinger) nell’appartamento di West 45th Street: tempo/prezioso. E mettici la sveltina entro-e-vengo dietro il quadrante alla Clock Tower, e Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti