Prende in contropiede sicuramente molti spettatori, Il Mostro di Stefano Sollima, miniserie Netflix in quattro puntate che torna a sondare l’abisso della catena di delitti più selvaggi di cui si conservi memoria, non solo nella storia criminale del nostro Paese, ma in assoluto. Quindici o diciassette omicidi, a seconda di quando venga fatto iniziare il macabro conteggio, perpetrati a danno di coppie appartate, nelle campagne toscane, secondo una meccanica pressoché identica, sebbene in un crescendo di efferatezza, e unificate dall’uso di una stessa arma: una stessa pistola e dunque, verosimilmente, una medesima mano ad impugnarla e a sparare, prima di passare ad infierire sui corpi delle vittime femminili sfregiando e rescindendo gli organi genitali. 

Nell’immaginario collettivo, troneggiano il nome e la figura di Pietro Pacciani, come Mostro, prima condannato e poi assolto, morto da innocente ma con sul capo l’imminenza di un ulteriore processo che difficilmente non lo avrebbe giudicato colpevole, insieme ai suoi “compagni di merende”, Mario Vanni e Giancarlo Lotti. Pacciani nella miniserie di Sollima non c’è, se non come una figura berciante nel cortile di casa, a Mercatale, di sfuggita, al termine dell’ultima puntata: un presagio di cose a venire che restano fuori dalla narrazione, la quale si addentra, invece, nelle possibili origini e nella “causa prima”, per dir così, del cold case, tuttora irrisolto e tuttora oggetto di controversie. Sollima e il suo co-sceneggiatore Leonardo Fasoli scelgono, dunque, di fare un passo indietro, e, alla luce di tutta l’infinita documentazione studiata circa la vicenda Mostro di Firenze, di seguire la linea temporale dei crimini, fino al duplice delitto del 1985 – dopo il quale la catena si arrestò –, concentrando l’attenzione sulle figure che si erano avvicendate in quegli anni sulla scena come sospettati. Sugli scudi, stava allora un clan di sardi, i Mele e i Vinci, trasferitisi in Toscana dalla natia Villacidro, intrecciati tra loro da vincoli tra l’equivoco e lo scopertamente perverso. Sollima capisce che questa porzione ancestrale, arcaica, del caso Mostro,

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