Quelli

Quelli che non mettono mi piace. Quelli che lo mettono ma poi lo tolgono. Quelli che lo mettono ma gli rode. Quelli che non lo mettono ma scrivono in privato. Quelli che lo mettono su Facebook e poi su Instagram. Quelli che lo mettono sotto il post di Giulio Mozzi pur di non a te. Quelli che lo mettono, commentano e si congratulano su WhatsApp. Quelli che scrivono su WhatsApp ma parlano d’altro. Quelli che proprio non ce la fanno a dirti mi piace. Quelli che esagerano coi complimenti. Quelli che fanno il post trasversale. Quelli che scrivono in privato le proposte più varie. Quelli che sembrano non sapere come vanno le cose del mondo. Quelli che sanno sempre come vanno le cose del mondo. Quelli che domandano ad alta voce ma come mai a te.

Quello che parla in vivavoce. Quella che sta in piedi sul sedile. Quella che occupa due posti perché non sa dove mettere le valigie. Quella che spiega perché i due amici hanno chiesto (in inglese) di stare vicini. L’altro che non sa dove mettersi perché al suo posto ci sono le valigie di quella di prima. Quello che urla non stare in piedi sul sedile. Lei che risponde papà ho fame ho fame ho fame (venti volte stimate). Quello che puzza e dopo mezz’ora di apnea bisogna chiedere alla capotreno di spostarsi. C’è il sole. Tiri giù la tendina. Non posso. Eccetera.

Quello che ti vuole però non ha la testa per impegnarsi, quello che insiste, richiama, ti pensa, ti brama e, di conseguenza, sparisce, quello che non ti ascolta ma gli piace parlare con te (e per forza), quello che ha i problemi giganti, le preferenze iperboliche (il miglior ristorante, il posto più bello del mondo, la carbonara più buona di Roma, e poi: è mio padre, è mio fratello, è una sorella, è mia figlia, di chiunque appena gli s’accosti al braccio), che apprezza il vino, le donne, il tabacco e a te nemmeno la musica piace. Quello che dice proviamo, riproviamo, non è detto, vediamo, anche a cozzare contro l’irrecusabile referto: decesso avvenuto, andata, kaputt, è morta. Quello che ama il sole, il mare, la pioggia, dormire, poltrire, i baci, la lingua, il cazzo, quello che vuole così si chiami perché l’eufemismo è per dummies. Quello che si snuda al telefono, che ti manda le foto, che dice dai, vieni, vengo, oh, oppure ah, o qualche altra vocale, a esaurimento. Quello che ti chiede come stai, ma risponde lui. Che ti vede e non ti resiste, ti sente e ti riattacca in faccia. Quello che ha il telefono scarico, che lo usa poco, che mette like a quell’altra. Quello che i figli, la moglie, il cane, quello che torno e va a comprare le sigarette. Quello che ti banna perché nemmeno ti guarda, quello che ti guarda protesta e lo banni. Quello che ci vediamo domani, ti chiama e passano due settimane, quello che potevi chiamare anche tu ebbasta col tabù del primo passo, quello che le donne sono uguali, ma tutte bisognose di una mano, uguali tra di loro, cioè rimpiazzabili. Quello che non ha mai visto un morto e piange perché ha perso i bitcoin. Quello che gli offri il cappuccino, l’amaro, perché è come un fuoricorso, solo di quarant’anni. Quello che qui è meglio se ci fermiamo, sorridiamo, scendiamo. E buon proseguimento (vocativo), quello là.

Ferite a morte

I.

Con la vescica piena, due giorni prima
non può mangiare verdure
né fibre-frutta-cereali. E cosa?
Carne-riso-pesce. A colazione?
Due fette biscottate,
non integrali. E un litro d’acqua
prima dell’esame.

Non ha bevuto abbastanza.
Un litro!
Non era abbastanza, se non ha bevuto
il giorno prima. Scrive i dati,
sbaglia a digitare: Gliza.
Rimarrò Gliza per tutta la visita.
Perché fa questo esame.
Letto che.
Letto dove, su internét?

È sfidante, io arrendevole,
però all’ottavo Gliza dico: Clizia, almeno,
se la sa.
Nònla e comunque non risponde,
continua a scherzare.
Altra visita, controllo, parliamo
di tutto dice ok, la prevenzione
non bisogna esagerare però,
lasciare andare, un po’
sono i geni, un po’
il caso. “Avrei voluto fare la ricerca”
(mentre googla),
a me la medicina piace tutta”.
Non storpia il nome, nemmeno lo dice,
compìto professionale
anche se m’ha appena squadernata traslucida,
proprio per quello, può darsi.
Esco innamorata: ma perché non sono tutti così,
gli uomini
non i medici, mi domando

II.

Il prete alla messa dice che il macigno
va portato senza afflizione, che fa parte
della vita e anche quando
è grosso si può fare
come nostrosignore, cui non ha impedito
di uscirsene e oplà, perché comunque poi
questo macigno che fa parte della vita,
è di questa che fa parte ma a noi
interessa quell’altra. Noi, chi.
Non avevo gli occhiali e la miopia
impedisce la messa a fuoco
di volti nelle distese a perdita, dalla voce sembrava
giovane il prete, come può
dire ci interessa l’altra quando siamo
tutti qui a brigare per le cosette transeunti
(quelle che durano ci penseranno
da sole, diceva EP). Poi arriva
il temutissimo momento della pace
nel periodo dell’anno in cui le mani
rifiatano l’insalubrità dell’aria
in foggia di resina a palline e insomma
comincio a realizzare
che il segno suddetto è ripiombato nella stretta
del padre che stritolava le falangi inanellate
così quando mi volto
la vicina
è con terrore in purezza che ricambia
lo sguardo. Chissà
se aveva già deciso
comunque la sua mano resta lì, nella tasca,
e l’altra non sporge.
Ci sorridiamo, la messa è finita,
andate nella pace asettica, denaturata.
Le sette cose più sporche che tocchiamo
ogni giorno dalla spugnetta per i piatti
al portaspazzolino alla tastiera
del pc. Sul display
del cellulare stafilococco/streptococco,
salutami sempre da lontano,
stammi anzi alla larga, vicino simile sudato,
e spurgato. Mio desiderio di vedere il mondo
diceva Giacomino dalla scrivania coatta.
Chissà le mani, le carte già sappiamo,
sì,
sudate

III.

Dante quando muore Beatrice
dice che la città è vedova di lei.
Se hai amato qualcuno
è proprio questo che capita:
passi per il mondo e pensi
che quei posti ne sono oramai del tutto scevri:
il muro dove ti aspettava
le strade da cui divergeva
i numeretti delle file ai supermercati
i camerieri le sedie le piante estive
coi fiori amaranto e tutte le cose
che si interrogano, mute, sulla sua scomparsa.
È solo per questo
e non per altro, che piangi

I padroni dei cani non sanno che farsene della loro solitudine

dura due settimane, come la mononucleosi

Ciao. Dove trovo i vasi di plastica per le orchidee

Ecco perché ha senso avvolgere i piedi in un foglio di alluminio

Quanta poca allegria: lo sento che ciài il sorcio in bocca

Nel novero degli spasimanti è comparsa una figura inedita:
il bisnonno adorante, sedicente innamorato.
Per anagrafe devo settarmi su un target più adatto a Villa Rosetta
che al giardino d’infanzia, nondimeno mi pongo una domanda:
c’è vita, tra i trenta e gli ottanta?

(e no, non uso le app)