Un alone spettrale, bluastro, aleggiava intorno alla sua testa: trapassandole i capelli bianchi, la luce dei pesanti neon industriali le conferiva l’aspetto di un fantasma. Chino sopra di lei, il ragazzo le domandò se avesse bisogno di qualcosa – quella domanda gliel’aveva fatta già due volte – ma la donna, in tutta risposta, scollò gli occhi dal soffitto, lentamente, e li puntò su di lui: tutto qui. Poi, come se di colpo avesse avuto una specie di visione, si accigliò e lo guardò torva. Ma non disse nulla.
«Ha bisogno di qualcosa, signora?» ripeté il cassiere. La donna smosse un po’ la testa, su e giù. Aprì la bocca e disse: «No». Poi socchiuse di nuovo gli occhi e, come se stesse ancora fissando i neon, ma stavolta con più curiosità, reclinò indietro la testa e continuò a osservare il cassiere, curvo sopra di lei. Che sbuffò.

Il picco lì al supermercato è fra le 18 e le 19.30, più o meno. È a quell’ora che gli impiegati escono dagli uffici. Durante quell’ora e mezza il ragazzo non può allontanarsi dalla cassa nemmeno di un passo. Più tardi, intorno le 19.45, le corsie iniziano a svuotarsi, e verso le 20 di norma il cassiere può respirare un po’. È a quel punto che inizia a sostituire i sacchetti nei bidoni e a dare una pulita, di solito; ed era allora – mezz’ora fa, ormai – mentre scendeva giù in magazzino a prendere il secchio per lavare i pavimenti, che l’aveva vista seduta là dietro, sulla sua sedia a rotelle: qualcuno l’aveva parcheggiata appena oltre l’ingresso, proprio accanto alla maniglietta flessibile per legare i cani.

«Signora?».
La donna lo guardò come se stesse pensando a qualcos’altro o come se stesse vedendo qualcos’altro, e non rispose.
«Eilà?».
Poco convinta, la donna fece un movimento vago con la testa.
«È qui da molto?».
Nessuna risposta.
Il cassiere irrigidì i muscoli della mascella e si incurvò un po’ di più sopra la sedia a rotelle. Alzò la voce.
«È qui da molto? Ci sente?».
Lei fece di nuovo quel movimento strano con la testa, e lo guardò fisso, con gli occhi velati. Le ginocchia della donna, pigiate contro il telaio argentato della sedia, erano rivolte tutte da una parte. Alle ruote mancava qualche raggio.
«Be’, tra non molto noi chiudiamo» disse il cassiere. Ed era vero. «Alle 21» disse il cassiere. «Signora? Alle 21».
Poi tornò alla sua postazione, dove due clienti che avevano osservato tutta la scena, un uomo e una donna di non più di quarant’anni, lo stavano aspettando pazienti, con i loro prodotti sul nastro, fingendo di non avere alcuna fretta di andarsene. Sorrisero, mentre il cassiere si avvicinava. Il cassiere invece non sorrise: smaltì rapidamente la coda e dopo che se ne furono andati iniziò a pulire il nastro con un panno assorbente e il detersivo spray, in modo rabbioso.
Lo schermo della cassa segnava le 20.35. Fuori era buio da un pezzo.

Quando dopo un po’ il cassiere si voltò di nuovo, la donna era ancora lì, rivolta verso i neon, come in trance. Un brivido di tanto in tanto la scuoteva sulla sua sedia, ma lei non cambiava posizione. Continuava a fissare le luci.
Che qualche anziano venisse abbandonato così, contro un muro o in un angolo mentre una badante o un parente faceva la spesa, era già capitato. Non per così tanto tempo, però.
Il cassiere si sporse in avanti oltre il nastro e diede un’occhiata in fondo alla corsia. Pochi clienti, ormai. Una mamma con in braccio un bambino che piangeva e un cane al guinzaglio, un impiegato di mezz’età che doveva avere fatto tardi in ufficio e due ragazzetti con i pantaloni sotto il culo, che stavano spingendo verso la cassa un carrellino strabordante di bottiglie di vodka, succhi di frutta e pacchetti di patatine. E poi una donna grassa, più in fondo, che parlava al telefono, e che ogni tanto guardava in direzione dell’uscita, ansiosa.
Probabilmente c’erano altre persone nel supermercato, ma il cassiere non le vedeva.
A quel punto il cassiere tirò un lungo respiro e premette l’interruttore della radiolina che aveva all’orecchio. Disse: «Capo, c’è una vecchia in cassa. Sta qui da mezz’ora».
Il cassiere rimase in attesa di una risposta per almeno quattro… cinque… sei secondi. Ma non successe niente.
Ripeté la frase.
Nulla.
Poi d’improvviso l’apparecchio gracchiò a tutto volume nel suo orecchio.
«Fanculo… Capo, non s’è capito niente. Qui in cassa c’è una vecchia, da mezz’ora. Non fa un cazzo. Se ne sta seduta e basta».
La radiolina frusciò di nuovo.
Silenzio.
Poi: «Arrivo!».

«Allora, signora bella. Qual è il problema?».
Il direttore, un omone tarchiato, quasi calvo, col pizzetto, era tutto ripiegato sulla sedia a rotelle della donna, come il cassiere poco fa. Lui però, a differenza del cassiere, aveva un sorriso falso come una moneta da tre euro stampato sul volto.
Mani sui fianchi, il direttore ruotò appena il collo grasso per guardare il suo orologio.
Le 20.45.
Il cassiere li osservava a distanza, appoggiato al nastro.
«Si sente bene, signora, ha bisogno di qualcosa?» disse il direttore.
La donna fece di no con la testa, con quegli occhietti patinati, lattiginosi, come quelli di un cieco.
«È qui con qualcuno?».
«No» disse la donna. E di colpo fece una smorfia di disgusto con le labbra pallide. Il direttore si voltò verso il cassiere, lì accanto, che alzò le spalle, come per dire: io non ne so niente.
Il direttore guardò di nuovo la donna. Il suo sorriso non vacillò.
Disse: «Be’, signora, noi qui tra quindici minuti dobbiamo chiudere. Come la mettiamo? Possiamo chiamare qualcuno?».
La donna a questo punto fece un rumore strano con la gola, come se le stesse venendo su qualcosa, tipo un rigurgito, e un tremito più forte la scosse sulla sedia a rotelle.
«Ma che… cazzo». Il direttore si allontanò di un passo.
«Sta ridendo, credo» disse il cassiere.
E allora, lentamente, la donna alzò un lungo dito traslucido, e senza aprir bocca lo puntò sul cassiere.
«Ah» disse il direttore. «Ride, benone. Senta…» ma non seppe cosa aggiungere. Poi, sottovoce, rivolto al cassiere: «Che cazzo facciamo?».
«Non lo so. Io stasera ho un impegno, capo. Gliel’avevo detto. Non posso star qui» e accennò alla donna col mento. «Con questa».
«Sì, lo so. Ma che facciamo?».
Il cassiere sollevò di nuovo le spalle. Ci pensò su un momento. Poi disse: «Non so, capo, io chiamerei la polizia. Decida lei».
Mentre stavano valutando se diffondere un annuncio all’interfono – signora dispersa, signora abbandonata in cassa: che cosa avrebbero potuto dire? – arrivarono i ragazzini per pagare. Minorenni: si capiva da un chilometro. Il cassiere li servì ugualmente.
«Senti. Io di là devo ancora finire. Aspettiamo un attimo. Magari qualcuno se la prende».
«Capo, è qui da un’ora ormai. Questa non se la prende nessuno».
«Aspettiamo ancora un attimo, okay?».
«Come vuole. Io chiamerei la polizia».
«Sono le 20.50. Se chiamiamo adesso la polizia facciamo notte. Dovevi avvertirmi prima, è chiaro? Aspettiamo ancora un attimo». Il ragazzo alzò le mani e il direttore, bestemmiando, si diresse di corsa in fondo al supermercato. Il giorno prima Patti si era slogata una caviglia giocando a pallavolo, quindi oggi le pulizie toccavano anche a lui.

Un pianto improvviso fece sussultare il cassiere.
Fra le braccia della madre il bambino si dimenava come una serpe. E il bastardino anche: la donna se lo trascinava dietro mezzo strozzato, e quello non faceva che impuntarsi e abbaiare in modo penoso, e tirare. Non chiese aiuto la donna, dunque il cassiere si limitò a guardarla. Era giovane, poco più di trent’anni, coi capelli biondicci in disordine e un lungo cardigan azzurro che le pendeva, aperto, fin quasi alle ginocchia. Per liberarsi una mano, a un certo punto fu costretta a posare il bambino ai suoi piedi, e quello non appena fu a terra si zittì come per magia; lo stesso, stranamente, fece anche il cane. La donna depose gli articoli sul nastro: roba precotta, più una mezza dozzina di scatolette per il bastardino. Dopodiché si affrettò a riprendere il figlio in braccio, che quasi all’istante ricominciò a piangere. Il cane, naturalmente, riattaccò ad abbaiare.
Il piccolo sembrava inconsolabile. La donna lo riempì di baci, prima, poi gli sussurrò qualcosa all’orecchio, cullandolo su un fianco. Provò anche a fare la voce grossa per intimidirlo, ma quello continuava a contorcersi. Finché a un tratto, tutto da solo, il bambino s’irrigidì di colpo fra le sue braccia. Il cane abbaiò ancora, ma poi smise anche lui, e sorpreso quanto la madre dal silenzio improvviso, il cassiere vide che il bambino si era fatto scuro in volto. Teneva la piccola fronte abbassata, adesso, che da bianca e liscia si era fatta ombrosa. Ammutolito, il bimbo fissava qualcosa alle spalle del cassiere, simile a un putto irato di qualche dipinto antico. Il cassiere si voltò, vide la donna in sedia a rotelle, rivolta ancora verso i neon. Pareva che dormisse, ora. Il bambino la osservava con aria quasi truce. Allora ci fu un lungo momento di silenzio prima che il piccolo alzasse un ditino grassoccio e indicasse la donna. E a quel punto gli scappò una risatina nasale.
La madre, come un falco, afferrò il braccio del figlio. «Cattivo! Non si indica!». E poi, sorridendo imbarazzata al cassiere, come se gli dovesse delle spiegazioni: «Scusi, sa, è che…».
«Diciotto e quaranta, signora».
Silenzio.
La donna guardò il cassiere negli occhi.
«E il cane» aggiunse lui.
«Prego?».
«Il cane. La prossima volta deve legarlo».
La donna abbassò lo sguardo sul cane, che ora stava buono, come il bambino. Poi disse: «Mi scusi, non avevo idea…».
«È all’ingresso».
«Come?» disse la donna, confusa.
«Il cartello. Sta all’ingresso. C’è scritto vietato ai cani».
La donna abbassò di nuovo la testa, rossa in viso. Ci mise un po’ a trovare la carta di credito nella borsa a tracolla. Poi pagò, e tirandosi dietro in qualche modo il cane, il figlio e il sacchetto scivolò via. Il bimbo non fiatò fino a quando i due non furono fuori dalle porte scorrevoli.
Il cassiere guardò lo schermo: le 20.58.
«Capo» disse alla radio. «Guardi che è ancora qui».
Nessuna risposta.
Stava per parlare di nuovo, ma in quel momento arrivò la donna grassa. Una bottiglia di sambuca, cinque birre in lattina, del pane già affettato. Il cassiere guardò la spesa della donna e poi guardò la donna.
Era grossa, sui cinquanta, indossava una maglietta verde sformata e dei jeans scuri. La donna si fissava le scarpe, ma sotto ai capelli sale e pepe che le ricadevano sul volto, parve al cassiere di intercettare una lacrima scorrerle giù da una guancia. Lei non la asciugò, sperando forse che passasse inosservata, chissà. Ma poi – fu un lampo – alzò la testa come non riuscendo a resistere a un impulso. E prima di chinarla di nuovo sorrise al cassiere, come la donna di prima, come se anche lei cercasse di scusarsi per qualcosa.
Nei suoi occhi però non si intuiva vergogna o imbarazzo, ma paura. Pura, semplice, autentica paura.
Il cassiere non si mosse. Continuò a guardarla. E la guardò, è probabile, per un tempo troppo lungo. Infine battè la sua spesa, e quando disse: «Quattordici e novanta», solo quando lo disse, come se il suono della sua stessa voce gli avesse messo il diavolo in corpo, si voltò di scatto e, aggrappata ai braccioli, vide la donna in sedia a rotelle, completamente ritorta sul suo schienale, che lo stava fissando coi suoi occhietti ciechi spalancati. Che fissava lui. Oppure la donna grassa. La donna grassa che sempre a capo chino tendeva ora verso il cassiere, ancora girato, una banconota da venti euro che lui non vide. E soltanto un «prego» lo richiamò, ma un prego pronunciato con voce così flebile che voltandosi, come quando si offrono le spalle al buio, un brivido corse giù per la schiena del cassiere.
Allora il cassiere prese i soldi dalle mani della donna. Li mise nella cassa. Contò il resto e glielo porse, insieme allo scontrino. Ma mentre lei stava cacciando tutto in un sacchetto, lui disse: «Scusi». Solo scusi. E la donna alzò lo sguardo.
«Sì?» riuscì a dire.
La donna aveva il viso congestionato, paonazzo. Due occhi lucidi e arrossati.
E il cassiere, di nuovo: «Scusi». Soltanto questo. Scusi. Ma intanto aveva alzato anche una mano, con il pollice rivolto indietro, alle sue spalle.
Disse il cassiere: «Non è che…».
«Cosa?» disse lei. «Cosa!».
Ora le lacrime le scendevano dal viso copiosamente, e le tremava il mento mentre si sforzava di guardare il cassiere dritto negli occhi.
Di guardare il cassiere. Non quello che indicava la sua mano.
Allora il cassiere osservò la donna ancora un momento. Vide quello che c’era da vedere. Poi disse: «No». E disse anche: «Nulla. Lasci perdere». E proprio in quel momento gli parve di sentire qualcosa, come un rantolo, alle sue spalle. Un soffio roco, un urlo soffocato. Ma il cassiere non si girò a guardare. Allora la donna grassa annuì in modo convulso, due o tre volte – o dieci – tirò su col naso, afferrò il suo sacchetto e se ne andò senza salutare. Uscendo, non si guardò indietro nemmeno una volta.