Da Kant in poi, la filosofia s’è fatta assai più remissiva di quanto fosse solo pochi decenni prima, convinta com’è che il pensiero non possa che sondare i propri limiti. Quel fulgido esemplare d’illuministica sobrietà convinse una folta schiera di epigoni, consentanei o recalcitranti, del fatto che l’essere umano non possa conoscere la realtà per come essa è, ma al più conoscere il proprio modo del conoscere. La filosofia, dunque, prima e più che in critica, si tramutò in riflessiva, fino a curvarsi in un ripiegamento del pensiero su sé stesso. E via via la riflessione si spostò da ciò che costituisce il mondo a ciò che consente di conoscerlo, sia questo categoria della mente o significato linguistico. Furono così messe al bando le pretese più audaci e fiere della filosofia barocca, in specie di Spinoza e Leibniz, che credevano si potesse conoscere la realtà nella sua struttura fondamentale, fino a individuarne gli elementi ultimi e portanti; ritenute folli le loro pretese che si rinunciasse all’idea di tempo, legata a una forma difettiva e troppo umana dell’esperienza, e persino a quella di spazio, che, almeno per Leibniz, non era che un viluppo di relazioni tra entità, non già un’enorme scatola in cui gli eventi trovano disposizione.
Ma c’era di più, nel tanto che veniva meno. Da metafisici proclivi a rimediare alle umane sofferenze, Spinoza e Leibniz credevano che la loro concezione dell’universo potesse indicarci la via per la felicità. Persino oltre, Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti