Nella Fine del Titanic, il poema di Hans Magnus Enzensberger, si trova una scena in cui l’eredità di Brecht e quella di Adorno sembrano fondersi in modo particolarmente incisivo. Mentre la nave affonda, un oratore engagé grida ai poveri della terza classe di approfittare del naufragio e vendicarsi dei ricchi. Ma invano. Quei laceri emigranti, infatti, «Capivano, certo, quel che diceva, / ma non capivano lui. / Le sue parole non erano le loro. / Erano rosi da paure diverse / dalle sue, e da altre speranze. / Rimasero lì in piedi, pazienti, / con i loro zaini, i loro rosarii, / i loro bambini rachitici, / dietro alle barriere, gli fecero largo, / lo ascoltarono, rispettosamente, / e attesero, finché non affondarono». 

Tutta la storia dei movimenti che hanno tentato di rappresentare “chi sta in basso” è percorsa da questa aporia. Fiumi d’inchiostro sono stati versati sulla “andata al popolo”, sulla divaricazione tra masse e comitati centrali o “ceti medi riflessivi”, nonché sull’eterno sconforto provato dai capi rivoluzionari davanti al maggiore appeal del leader ricco, reazionario e rozzo, che senza vergogna promette miracoli. Il fatto è che la lingua con cui gli ideologi spronano gli oppressi non è di solito la lingua del loro pubblico – con tutte le conseguenze del caso. 

Nel 1985 la sinologa Edoarda Masi, che aveva collaborato alle riviste di Enzensberger e all’analogo italiano dei “Quaderni piacentini”, pubblicava Il libro da nascondere, un volume in cui si trova un’analisi impietosa della sconfitta

Il poema di Enzensberger sul rovescio del progresso esce nel 1980. È il momento in cui i destini dei due gruppi si separano con un trauma silenzioso. Era già successo più volte, da quando le masse popolari avevano raggiunto la ribalta della Storia sotto le insegne giacobine, socialiste o comuniste. Nella generazione precedente aveva contato lo spartiacque del 1956, col ventesimo congresso del Pcus e la rivolta di Budapest. Davanti a questi eventi, gli ideologi possono permettersi di prendere una certa distanza dalla prassi quotidiana e dai programmi più immediatamente palingenetici: nelle accademie o nelle burocrazie di partito, avranno poi il tempo e la calma necessaria per riformulare diagnosi e piani d’azione. I proletari, viceversa, vengono gettati in una Storia all’improvviso illeggibile e, non di rado, per non perdere l’unica identità che possiedono, si aggrappano ancora al quadro ideologico andato in frantumi: ad esempio si ostinano a chiudere gli occhi di fronte alle rivelazioni su Stalin che, del resto, molto spesso sono tali soltanto per loro. Anche alcuni politici-intellettuali, è vero, possono subire dei contraccolpi esistenziali: un leader nato nel 1930 ricordava come diversi suoi amici comunisti fossero morti piuttosto giovani, e ne associava le malattie al tramonto del ciclo ideologico su cui avevano puntato tutte le loro carte (lo stesso leader, parlando della situazione assai meno nobile d’inizio ventunesimo secolo, diceva che quando chi è al potere non crede più alle speranze che ha suscitato finisce a volte per incarnare alla lettera l’espressione “andare a puttane”…). In genere, però, le cose vanno diversamente. Spezzate le righe dell’esercito o spento il breve entusiasmo dei gruppi, come dopo l’ondata del Sessantotto, i politici-intellettuali e gli intellettuali-politici che rappresentano gli strati borghesi tornano tranquilli dalla piazza allo studio, dai parlamenti all’editoria o alla scuola; il popolo invece, che rischia di rifarsi plebe anonima, è costretto a scegliere se ignorare i fatti nuovi oppure, accettandoli, liberare gli istinti che prima l’ideologia indirizzava in senso emancipatorio: così, ad esempio, tra gli anni Ottanta e i Novanta, gli ex operai comunisti del Nord si sono scoperti antropologicamente leghisti, mentre i ceti medi abituati a votare Pci, e sempre più corporativi, hanno trasformato la loro identità “progressista” nell’esibizione degli status symbol culturali (in un altro filone della sinistra, intanto, la partita tra i sostenitori di Sofri e quelli di Marino si giocava anche sulla differenza d’origine e di destinazione delle loro biografie). 

Nel 1985 la sinologa Edoarda Masi, che aveva collaborato alle riviste di Enzensberger e all’analogo italiano dei «Quaderni piacentini», pubblicava Il libro da nascondere, un volume in cui si trova un’analisi impietosa della sconfitta. In particolare, al suo interno si segnala il bellissimo saggio autocritico Piccoli borghesi e proletari, dove l’autrice intreccia argomentazioni lucidamente razionali e memorie autobiografiche a un vero e proprio racconto. “Borghesi” dice Masi parlando di sé, ma “piccoli”; e la precisazione è cruciale. Perché solo i membri di questo ceto incerto si sentono intimamente colpevoli del rapido allontanamento dai “proletari”. I borghesi autentici, infatti, sono cresciuti nella sicurezza della loro posizione, e quindi non sentono affatto di tradire chi sta in basso, ma semplicemente d’interpretare nel modo volta per volta possibile il loro ruolo naturale di classe dirigente. Al contrario, l’ambiente di Masi è, per così dire, il rovescio “umano” di quello dei Luigini di Carlo Levi: è l’ambiente, cioè, in cui si forma il “ceto pedagogico” che la modernità ha insinuato «come un cuneo fra la classe dirigente e la folla dei subalterni». Dati i suoi lineamenti informi, come la pietra di Spinoza, questo ceto s’illude di essere libero; almeno finché, “all’apparir del vero”, non scopre con amarezza quanto la sua vicenda somigli a un fato già scritto. Edoarda Masi lo dimostra benissimo quando ricorda come la sua generazione, scavalcando all’indietro il fascismo, si fosse riallacciata dopo il 1945 all’umanesimo della Seconda Internazionale: «Avevo attraversato il confine dall’universo piccoloborghese alla collettività proletaria, e non sapevo che era un’evoluzione quasi predestinata, compiuta per intero assai prima della mia nascita e che in seguito si sarebbe ripetuta in altri, a loro volta certi di scoprire una nuova dimensione. I piccoli borghesi colti avevano proiettato sui proletari un’immagine di libertà irrealizzabile in loro stessi: quelli avrebbero portato a termine l’opera della borghesia distruggendone le contraddizioni, nuovi signori avrebbero realizzato, a un tempo, l’abolizione delle classi. Nella figura pedagogica il mio ceto (la sua parte illuminata) aveva assunto come valore etico-politico fondamentale l’emancipazione del proletariato. Alle masse designate quale nuova classe dirigente aveva spostato-allargato il rifiuto [verso il modo di produzione capitalistico] già fondato sull’autonomia dell’individuo. Ma il passaggio implicava pure una continuità, avveniva all’interno di uno stesso terreno culturale, e perciò era possibile nelle due direzioni opposte, conosceva andate e ritorni». 

La giovane studiosa che si muove tra raffinati dibattiti sul marxismo, precoci viaggi intercontinentali e archivi prestigiosi, avverte un’istintiva ripugnanza per le organizzazioni di massa – specie per quelle che somigliano un po’ troppo alle vecchie associazioni catto-fasciste

Questo accade finché dura l’unione, la spinta propulsiva; e con la spinta anche una rimozione o un equivoco, che riguarda in primo luogo il patrimonio culturale. Se infatti negli altri ambiti sostiene di voler annullare tutte le distinzioni, questa piccola borghesia di bravi alunni, educati presto allo studio come promozione sociale, è invece intimamente “meritocratica” per quel che riguarda la cultura. Anzi, peggio: le gerarchie indiscusse che accetta nel suo campo somigliano a un privilegio di casta. Privilegio che un giorno, si capisce, diverrà diritto di tutti; ma la metamorfosi, nel caso, non tocca la prassi quotidiana: è rinviata sine die all’alba della rivoluzione. Da ciò, riflette Masi guardando al suo percorso, risulta che «Resistenza e superbia […] non conoscevano limiti né cattiva coscienza, giacché non riguardavano me come individuo ma una parte della società contro un’altra».

La giovane studiosa che si muove tra raffinati dibattiti sul marxismo, precoci viaggi intercontinentali e archivi prestigiosi, avverte un’istintiva ripugnanza per le organizzazioni di massa – specie per quelle che somigliano un po’ troppo alle vecchie associazioni catto-fasciste. A un certo punto, durante la sua visita a una sede dell’Udi, nella dirigente descritta da tutti come un personaggio eroico riconosce una ex compagna di classe povera del ginnasio, che le faceva e le fa ancora ribrezzo. Gli istinti e i sentimenti di Masi non hanno meno ragion d’essere dell’ambiguo riscatto di questa alunna bocciata; il male, però, è che si nascondono a lungo sotto il tappeto del nazionalpopolarismo, che comunque non può cancellare la differenza di struttura dei rispettivi vissuti. «Il mio passaggio dalla parte degli operai condizionava i modi della vita quotidiana» confessa l’autrice. «Ma tutta una parte della mia esistenza ne restava fuori; quasi impercettibilmente negli anni di università, giacché frequentavo assai poco, andavo quasi esclusivamente per gli esami e nel complesso restai estranea all’ambiente. Fu quando cominciai a lavorare, alla Biblioteca Nazionale di Firenze, che i rapporti con i colleghi e con altri miei pari cominciarono a sovrapporsi, senza integrarsi, a quelli che continuavo a intrattenere nell’ambiente del partito; non solo, ma il mio modo di comportarmi, conforme o non conforme che fosse alle convenzioni, aveva qui un’altra piega, un tono diverso. Nella comunicazione con gli altri erano determinanti la comune educazione, le scuole frequentate. “Tu hai una doppia vita” mi disse un’amica […] Accadeva così che le due metà servissero l’una di alibi all’altra, e in ciascuna trovassi un’area di sicurezza contro l’altra. Con una cattiva coscienza latente ma profondissima e continua. Era forse una mia personale versione del senso di colpa piccoloborghese nei confronti degli inferiori e vicini che si vorrebbero, e non si riesce a far essere, uguali». Questa cattiva coscienza ha una figura precisa, e notissima alla critica dell’ideologia: «Reali erano i giorni e le ore vissuti nel luogo di lavoro o nei suoi immediati dintorni, e i rapporti con le persone più o meno della mia condizione si imponevano con l’evidenza della necessità […] Oltre il confine c’erano la moralità più profonda e la speranza. Ma con le mani pulite dalla compromissione coi capi, la partecipazione politica si traduceva interamente in impegno mentale. Diventava il seguito, l’evoluzione dell’avventura intellettuale o estetica dove ogni esperienza mi era concessa, secondo l’educazione ricevuta (modelli altoborghesi nella versione per i non altoborghesi), restandone fisicamente intatta. Il rapporto coi proletari si svolgeva in una sfera di irrealtà. Perfino il tempo trascorso in loro compagnia era come quello di un sogno». 

È a questo punto che nel “sogno” dei destini generali, con la maestà di una grande scrittrice, Masi introduce quello singolo di un suo amico proletario – di un suo amore. Enzo non fa come lei la spola tra proletariato e borghesia, ma stagna nel guado più angusto tra piccola borghesia e proletariato: «Era uno dei tanti che il partito aveva tolto dalla fabbrica dopo la Resistenza (il GAP per breve tempo, non aveva retto, poi partigiano in montagna); privati dell’identità di operai, non erano arrivati ad assumerne un’altra. Figli del partito infelicissimi e destinati a ritrovarsi tutti nudi non appena l’esperienza e la sensibilità di ciascuno avesse suggerito di dubitare di quel padre». Quando l’onda lunga dell’attivismo post-resistenziale si spegne nel gelo degli anni Cinquanta, la posizione precaria di Enzo inevitabilmente vacilla. Per non cancellarsi con le sue speranze, il compagno è allora condannato a “reificarsi”. «Non il “nemico di classe” ma il corpo composito della società complessiva doveva rivelare l’illusione» spiega Masi. «Se ne incaricò il Partito comunista. Le organizzazioni dei giovani, cresciute ai margini quasi per distrazione dei capi, furono ricondotte all’ordine con operazioni di piccola amministrazione. I loro dirigenti vennero trasformati in gran parte in quadri e quadrucci. (Quelli più adatti alla castrazione divennero in seguito il nucleo della seconda-terza generazione di dirigenti comunisti – i burocrati imbevuti di conformismo da classe media arrivata e di settarismo corporativo). Enzo fu mandato a una scuola di partito diretta da un noto intellettuale, che gli mise davanti il suo semianalfabetismo come una condanna. Tentò di resistere, tormentandosi inutilmente. Il partito, solidale con la società, lo inchiodava a una condizione subalterna. Gliene venne un odio impotente per le persone istruite – alle quali anch’io appartenevo».

Dopo gli anni Ottanta, nessuna ideologia paragonabile ha sostituito a sinistra quella del movimento proletario e dei marxismi, ormai da decenni trasformata in una maglia cavillosa. Così, crollato il comunismo, si sono prodotte illusioni sempre più effimere: ecologiste, antimafiose, grilline, woke, neo-anticolonialiste, transfemministe…

Niente forse è più straziante della doppia percezione di una vicinanza nella subalternità e insieme di una distanza invalicabile. Di qui il rancore di chi rimane più in basso verso chi lo precede di appena un gradino, ma decisivo per sottrarsi al deserto. Masi però va oltre, e ci mette davanti a un’altra irrealtà: quella generale del comunismo italiano quando prova a specchiarsi nella sorte concreta dei popoli dell’Europa centro-orientale. Durante una trasferta di partito nella DDR, Enzo e i suoi compagni della stessa estrazione sociale vengono traumatizzati dal confronto: «Quel che avevano sotto gli occhi li spiazzava, era realtà scoperta che si percepiva immediatamente. La miseria diffusa (perfino agli occhi di italiani da poco usciti dalla guerra) e il silenzio innaturale della gente, il senso di oppressione che si respirava, la presenza invadente della Volkspolizei; e una specie di febbre per le strade di Berlino, che non era solo la tensione con l’altra parte a Ovest ma anche la rivolta operaia alla Stalin-Allee non ancora del tutto spenta… Le ragioni apprese si sbriciolavano come una finzione, tornava a valere da riferimento il terreno di partenza, campagne emiliane e toscane; erano a disagio in questo luogo estraneo per qualcosa che andava oltre la lingua incomprensibile, la nazionalità, la latitudine. L’esperienza di poveri accumulata nei secoli li faceva certi d’esser caduti dentro una stortura, un contesto che li ricacciava. D’istinto, si raggruppavano solidali in comune avversione. (Qualche ragazza d’origine contadina arrivò al rifiuto regressivo delle disinvolte forme “moderne” e non volle lavarsi alle docce comuni in presenza delle altre donne, e si astenne perfino dall’uso dei cessi parzialmente aperti del campeggio)». E tuttavia «l’avversione non doveva essere espressa, vi ostavano le ragioni del partito. Rinnegarle avrebbe significato distruggere l’immagine di sé che li teneva in vita – la vocazione storica alla felice trasformazione del mondo e alla funzione dirigente. / Avevano addosso gli occhi degli “intellettuali” che pure sapevano, e meglio e più di loro, ed erano in grado di tradurre in parole le impressioni e con ciò stesso di consolidarle in realtà alla quale non si sarebbe sfuggiti. Anche le ragioni del partito erano parole di intellettuali: essi figuravano responsabili delle costruzioni della ragione e della diversa realtà delle cose, giacché erano capaci di definire le une e l’altra per mezzo della parola. Ma stranamente non toccati dalla sostanza vitale delle une e dalla forza distruttiva dell’altra, perenni giocatori del pensiero, padroni degli eventi perché qualificati a renderne conto, immuni dalla distruzione portata dalla verità. Con invidia per quel privilegio, si voleva da loro che fossero la voce del partito e li si rimproverava di esserlo, si chiedeva che parlassero e che tacessero; che mentissero. / La menzogna consolatoria e la conferma di sé come nuova classe candidata a dirigere sarebbero venute da un’altra parte, direttamente dalla specialissima categoria di colti che erano i quadri superiori portavoce del partito. Ad essi si sarebbero assoggettati docili, grati di non doversi misurare con la propria subalternità».

Al partito, insomma, si chiede l’oppio. Si cristallizza un rapporto di doppio legame, perversamente filiale, con i funzionari colti. Né la pura verità né la pura menzogna vanno bene: si moltiplicano quindi i cavilli della dialettica. Il cuore si indurirà; ci si costruirà un’armatura storicistica che consente di ridurre chi la critica a un essere frivolo, superficiale, che non conosce la lotta nelle strade o le chiose dei testi sacri, e magari entrambe le cose. I funzionari, da parte loro, potranno continuare a “giocare”. Tra virgolette, s’intende: perché tradiscono il gioco vero, in cui il pensiero non è né ornamento da buttare né strumento da usare immediatamente per sedurre le folle.

Dopo gli anni Ottanta, nessuna ideologia paragonabile ha sostituito a sinistra quella del movimento proletario e dei marxismi, ormai da decenni trasformata in una maglia cavillosa. Così, crollato il comunismo, si sono prodotte illusioni sempre più effimere: ecologiste, antimafiose, grilline, woke, neo-anticolonialiste, transfemministe… Il nazionalpopolare è divenuto apertamente nazionalpopulista. Gli abiti che erano già vintage politico negli anni Settanta sono stati reindossati con un bovarismo al quadrato o al cubo. A ogni stagione, intanto, si cerca un papa straniero (in Spagna, in Grecia, a Gaza, a New York); e appena il suo mito sfuma si torna a essere soli, come capita a chiunque – diceva Noventa – chieda a un mito ciò che non può dare: l’emancipazione. 

La scuola di partito è oggi una scuola o università alla deriva, in cui il dibattito ideologico non supera il livello delle assemblee d’istituto. Mai forse è stata tanto forte, in un ceto così determinato, l’illusione di rappresentare l’universale

Durante il riflusso i ceti medi più o meno riflessivi, e a poco a poco impoveriti, si sono aggrappati a pagine culturali, festival, “buone pratiche”; chi stava in basso, invece, è stato subito ricacciato nel silenzio o nell’urlo inarticolato. Ma oggi nuove emergenze si annunciano; e i cocci delle vecchie speranze vengono riappiccicati per tentare una nuova unione che però rivela un equivoco ancora più grande, e soprattutto più fatuo. Ampi settori di una sinistra che, avendo campato inerzialmente sui luoghi comuni della Guerra fredda, non possiede una solida tradizione europeista, scelgono come avversarie le “élite di Bruxelles”. Senza dubbio le istituzioni continentali sono inadeguate. Ma il loro progetto, anziché nel migliorarle, consiste nel distruggerle: e questa scelta del bersaglio sbagliato non può non richiamare gli errori tragici del secolo scorso. Il senso comune delle sinistre dimentica di nuovo che al di là degli scialbi governi dello Stato liberale non c’è il riscatto: c’è Mussolini. Dimentica, in particolare, che la spina dorsale del movimento fascista non era costituita dalle “élite”, bensì dall’informe piccola borghesia dei Luigini. Ascoltiamo una diagnosi contemporanea, quella proposta negli anni Trenta da Giuseppe Antonio Borgese. Molti “punti di contatto”, scriveva l’esule Borgese nel suo Goliath, si possono trovare «fra il fascismo e la piccola borghesia: giovani impiegati dello Stato che avevano faticosamente fatto gli studi classici per poi… fermarsi, per mancanza sia di mezzi sia di perseveranza, alle soglie dell’Università o che erano riusciti a strappare una laurea senza perciò raggiungere un tenor di vita tollerabile, e una cultura decente; giovani combattenti che erano stati presi dall’esercito prima di aver imparato un mestiere e che ora erano o si sentivano troppo vecchi per incominciare una vita normale. Molti di questi preferivano ricordare i vantaggi della vita militare: lo stipendio assicurato, i canti, l’allegro cameratismo, le stellette, la rivoltella al cinturone, il senso di autorità; e mentre la grande maggioranza di coloro che avevano subito tutte le dure prove della guerra aveva antipatia per il fascismo e anche si oppose fino al giorno in cui le loro organizzazioni furono costrette a sciogliersi, alcuni rimasero attratti dalle promesse di nuovi tempi spensierati e di altre glorie. / Indubbiamente il fascismo reclutò le sue schiere fra la così detta piccola borghesia, di cui lo stesso Mussolini, mezzo operaio e mezzo intellettuale, maestro elementare, ufficiale senza soldati, giornalista autodidatta, troppo istruito per i suoi pari e troppo ignaro di latino e di filosofia per gli austeri intellettuali, poteva dirsi figlio. / Povero spiritualmente e materialmente, non conoscendo forse la fame ma privo di risparmi, egli aveva sempre vissuto ai margini, fra le due classi. In lui, il piccolo borghese si manifestava sotto forma di una confusa inquietudine e di una vergognosa coscienza di se stesso; egli apparteneva alla piccola borghesia, e questa apparteneva a lui. Ma anche ammettendo che sia possibile definire una classe economicamente e socialmente, questo non si può fare per la piccola borghesia: essa è una zona limitrofa abitata da gente col colletto bianco e la coscienza grigia, da proletari che scimmiottano le idee e i modi della borghesia, sforzandosi di “non farsi notare”, come i negri che stanno per diventare bianchi. È una escrescenza sociale che sogna di diventare più grande di se stessa, una caligine o una schiuma, che riesce solo ad annebbiare i contorni della storia, per svanire immediatamente nella vacuità dei suoi sforzi. Più che una entità positiva, la piccola borghesia è uno stato mentale». 

Adesso, in gran parte, i piccoli borghesi sul punto di riproletarizzarsi siamo noi, metà Edoarda e metà Enzo; e come un volgo disperso, senza nome, non abbiamo una casa a cui tornare. La scuola di partito è oggi una scuola o università alla deriva, in cui il dibattito ideologico non supera il livello delle assemblee d’istituto. Mai forse è stata tanto forte, in un ceto così determinato, l’illusione di rappresentare l’universale. Non siamo, come vorremmo, i lanciatori di pietre contro il sistema. Siamo le pietre che la Storia ha ricominciato a lanciare su quel poco di libertà conquistato dai moderni.