Se l’autore è morto, come già suggeriva Roland Barthes negli anni Sessanta, neanche i lettori se la passano bene. Il semiologo francese intendeva come l’autore non fosse più «il padre e il proprietario della sua opera», in quanto ogni testo è autonomo rispetto al suo creatore e comunica qualcosa che l’autore stesso non aveva in mente. In questo senso, Barthes parlava di morte dell’autore e di nascita del lettore («prezzo della nascita del lettore non può essere che la morte dell’Autore»). Ma nell’orizzonte odierno, dove il lettore praticamente non esiste (più libri che lettori, gran parte della popolazione che non legge un libro in un anno, difficoltà nella comprensione di un testo e altri seri dati statistici), per chi si scrive? Non è una domanda che ha senso solo per gli scrittori: coinvolge anche chi si occupa di quei libri, chi li recensisce. Chi leggerà le loro opinioni?

È notizia recente che la longeva e prestigiosa agenzia di stampa newyorkese Associated Press ha inviato ai collaboratori che animavano la sua pagina delle recensioni di libri quotidianamente aggiornata un messaggio in cui comunica che non avranno più bisogno di loro. Anthony McCartney, il “global entertainment and lifestyle editor”, ha scritto agli ormai ex recensori che «il pubblico delle recensioni letterarie è relativamente piccolo e noi non possiamo più permetterci il tempo che serve a pianificare, organizzare, scrivere e editare le recensioni» e quindi di recensioni non ne appariranno più. Il motivo è semplice e crudele, analizzando i dati delle visualizzazioni del sito è emerso che, quelle recensioni, non le leggeva più nessuno. A una situazione già allarmante se ne aggiunge un’altra, ovvero

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