Nel 2008 Paolo Sorrentino dirigeva Il divo – La spettacolare vita di Giulio Andreotti, il suo quarto film; otteneva il Premio della giuria a Cannes e acquistava definitivamente visibilità internazionale. Ora è  nelle sale il suo undicesimo film, La grazia, premiato nel 2025 a Venezia per l’interpretazione di Toni Servillo. Nel 2008 Servillo si calava nei panni di Andreotti (che era ancora vivo), colto nel momento della decadenza: la mancata elezione a presidente della Repubblica nel 1992, i processi per mafia e altro iniziati nel 1993. Nel nuovo film Servillo interpreta Mariano De Santis, un fittizio presidente della Repubblica di formazione democristiana (è lui a ricordarlo), i cui tratti fisionomici evocano Francesco Cossiga, mentre altri dettagli rimandano a Sergio Mattarella (è vedovo, si comporta con sobria responsabilità, ha una figlia al suo fianco). Come sanno tutti, De Santis è alle prese con una legge sull’eutanasia da firmare e con due grazie da concedere a due rei confessi, che forse meritano di vedere ridotta la loro condanna. Ed è tormentato da un tradimento commesso dalla moglie quarant’anni prima e sul quale, dopo tanto tempo, vuole sapere la verità.

Non si potrebbero immaginare due film, due uomini più diversi. «Lei sopravvaluta la verità» dice il fedele corazziere Labaro al presidente, alla fine di La grazia. «Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta» diceva Andreotti nel Divo, nel furibondo monologo in cui, dopo settantacinque minuti di film, giustificava il male (commesso da lui e da Dio) in nome di un bene superiore – una teodicea e un’autoassoluzione che sono uno dei vertici del cinema civile italiano. 

De Santis vedovo e tradito; Andreotti sposato, ma con un altro amore inconfessato (quello per la fittizia Mary Gassman). Entrambi incapaci di esprimere le proprie emozioni

In La grazia non c’è nulla di così devastante, apocalittico, scioccante. È un film

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