Chi è? Chi è? Chi è?
È l’impiegatino asburgico
nell’Austria di fine secolo
sicuro di morir tisico
che naufraga dentro un’epoca.
La notte faceva gli incubi
e sogna che lo depilano
sarà che ha la mamma bulgara
o il fatto che non comunica.

Così il memorabile ritornello de La canzone dell’impiegatino asburgico, autore il semidimenticato cantante-bibliotecario David Riondino. Segnalatami da un amico di nordiche letture, ricordo dieci minuti tremendi in vagone, a reprimere attacchi di ridarella: paragonabile forse, come effetto, solo al primo incontro con le pagine finali della Bovary, quando Carlo attiva l’autodistruzione e giù schiaffi. La inoltrai agli amici di rito, si spesero molte risate, a qualcuno sembrò ovvio fare il nome dell’Adelphi, e, per qualche settimana, il motivetto si ascoltò giornalmente: chi in proverbiale ritardo su tesi ed esami, chi disperato per le poco progressive sorti del Genoa.

Bruciato l’entusiasmo e assunta la canzoncina nel patrimonio amicale che sosterrà i nostri anni più estremi, non se ne parlò più molto. Finché ecco capitarmi sott’occhio l’album rondiniano che l’aveva ospitata, Racconti picareschi. Colpo di scena: per una volta, le note d’autore parevano dalla nostra. Scriveva infatti il Riondino, al riguardo: «Con la diffusione dei libretti dell’Adelphi, venimmo a conoscenza di criminali scrittori mitteleuropei i quali, descritto in poche pagine d’inizio un personaggio generalmente di ceto impiegatizio, quasi sempre di cultura medio-bassa, senza grandi vocazioni e desideroso solo di vivere tranquillo lo scorcio del secolo, nelle successive cartelle lo massacrano mettendolo a confronto con problemi pressoché insolubili».
Insomma, ci avevamo azzeccato. Ma l’umorismo non era il genere, il tono che va più soggetto all’invecchiare? O stavo di fronte a una di quelle verità universali che l’arte, come sostengono le professorine di italiano quanto Giulio Ferroni, spaccerebbe tuttora in gran quantità?

Sicuro è che l’Adelphi la si conosceva bene tra le mie, le nostre frequentazioni: da chiave prediletta di educazione sentimentale e piccolo codice attraverso cui riconoscere i propri, integrando le buone letture personali nel piano di studi; si era dato così l’ultimo addio a quelle letture liceali fatte contro la scuola. Adelphico al pari, quel senso di onnipotenza che aveva fatto tutti noi superbi anche se scemi

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