Sono passati quasi trent’anni.
Su un libro di storia sono poche righe o un lungo paragrafo o un capitolo intero.
Non mi ricordo neanche che aspetto avessi trent’anni fa e lo ammetto usare come segnalibro del Felix Krull il foglio di dimissioni da psichiatria del Policlinico era un’eccentricità ma Renata non ci badava.
Tanto più che quel libro mi faceva ridere mentre ce ne stavamo in spiaggia con i suoi amici e lei si voltava dalla mia parte stupita e anche compiaciuta perché di solito facevo letture funeree.
Non riuscii a finirlo ma non ricordo nessun altro libro con una così alta percentuale di risate per pagina.
La spiaggia di Liscia di Vacca era stata suggerita da lei che se non era la capobanda del gruppo delle ragazze era comunque una di quelle più in vista.
Miracolosamente non stavo litigando né parlando male degli altri ragazzi che peraltro erano i suoi amici di molte vacanze a luglio in Sardegna quelli con cui aveva sempre condiviso Se telefonando come sigla conclusiva prima delle partenze.
I maschi erano tutti variamente spilungoni e abbronzati con il pacco in rilievo sotto il costume bagnato e accenti romani o toscani.
Mi faceva quasi ridere quanto il Krull che avessero tutti queste membra lunghe e i piselli allungati come corni sotto il costume fuorché lo scroccone che era invece sferico.
Io non facevo parte della banda ero solo il ragazzo di Renata.
La Sardegna d’estate mi incantava anche se mi sentivo a disagio con tutti quei ragazzi e per di più Renata era con suo fratello col quale aveva un rapporto molto stretto davvero sottomessa alla legge del sangue e anche se lui era gentile con me percepivo il suo sentirsi in un certo senso prioritario e a posteriori lo posso capire.
Erano tutti molto infastiditi dal cielo mai brillante ma sempre un po’ nuvolo e anche dal vento.
Invece a me non importava ero contento di stare disteso sul telo da mare a fianco di Renata a prendere quel sole intermittente che ogni tanto si scatenava mentre le raffiche stimolavano il mio buonumore isterico.
Renata si era fatta le treccine con le perline come se fosse un’africana di Tivoli.
Era magra quasi ossuta e i due pezzi del costume sembravano essere fatti dei suoi tendini che fuoriuscivano dall’interno e la fasciavano.
Il suo corpo era eccezionale e mi piaceva anche che avesse la pelle cotta dal sole e tutte le radiazioni del settimo mese che aveva assorbito gliela avevano sì un po’ incartapecorita ma al tempo stesso l’avevano resa più densa e forte come la corteccia di una quercia antica.
Tutti i suoi succhi si erano fatti densi e se fosse morta in quell’istante non si sarebbe putrefatta mai perché non avrebbe sprigionato gas.
E io avrei riso sulla sua immortalità mentre il vento voltava le pagine del Felix Krull che invece sì gonfiatosi d’acqua e ricoperto di salsedine sembrava un cadavere allegro.
Quando facevamo l’amore il latte dello sperma risaltava ancora di più sulla carne biscottata e le labbra scaldate e anche i nostri fiati si amavano insieme ai sessi.
I nostri respiri avevano la loro storia d’amore e mi piaceva che la pelle e gli aliti vivessero una propria passione estiva quasi indipendentemente da noi.
Cosiffatta avrei creduto di essere in grado di scoparla finché lo sperma si fosse seccato nonostante che steso alla sua destra (io ero alla sua sinistra) sul suo telo ordinatissimo e pulitissimo c’era il fratello che scrutava corrucciato il mare.
Lui non si allontanava mai da lei.
Krull faceva il suo lavoro le punte del sole ci solleticavano il petto in fondo per ora tutto tranquillo finché dal nulla non mi rovesciai un po’ verso Renata la baciai e lei sguinzagliò un po’ di lingua poi rise della sua malizia e non le dissi: «Perché non ne sacrifichiamo uno in fondo se ci pensi nessuno di loro non è sacrificabile lo diamo alle punte del sole».
E non avevo ancora idea di cosa fosse il folk horror l’uomo di vimini e non avevo nemmeno letto o visto Il signore delle mosche quanto al caso Leopold e Loeb e annessi e connessi se vogliamo vederla anche da quell’angolo per me un po’ incongruo zero assoluto.
Forse avevo letto troppo Nietzsche troppo presto e a differenza di quel che si crede (perché Nietzsche stesso lo credeva) piantare il suo seme nelle sabbie del Mediterraneo fa uccidere maghrebini.

Nel pomeriggio gli animi si erano calmati ma non vuol dire che non pensassi più al sacrificio solo che era diventata una discussione sullo slittamento semantico del vocabolo tra Renata e me.
«Sacrificio vuol dire rendere sacro ma sacrificabile oggi non significa più “ciò che può essere consacrato” ma ciò che non è necessario e può essere liquidato» le dicevo.
«Ma nell’uso del termine sacrificabile resta il disagio della civiltà che non può nascondersi che quelle persone eliminate mettiamo migranti o lavoratori hanno subito una violenza che va al di là dell’umano» rispondeva lei.
«Agamben introduce ulteriore confusione riprendendo l’espressione homo sacer da oscuri grammatici latini che vuol dire uomo che non può essere sacrificato agli dèi superiori ma può essere ucciso dagli altri uomini senza che si commetta omicidio».
«Sacer esto significava “sia consacrato” sì però non agli dèi superiori ma a quelli dell’Inferno quindi “sia maledetto”».
«Allora riunendo in certo modo un po’ arbitrario le linee semantiche quando oggi diciamo sacrificabile diciamo “sul punto di essere maledetto” e se qualcuno o qualcosa viene qualificato come sacrificabile nel campo politico economico o bellico in realtà vuol dire che è stato preventivamente maledetto».
«Il sacro è diventato maledetto» concluse lei con un sorriso che manifestava tutto il suo gusto per i torbidi paradossi culturali che specialmente lì nella Sardegna nordorientale si percepivano così forti.
I pascoli e l’Aga Khan.
Il Billionaire e i Shardana.
Perché proprio in Sardegna più che altrove in effetti non avrei saputo dirlo ma era una sensazione condivisa tra Renata e me che del resto ci eravamo sempre intesi su questo punto cioè che la cultura è esperienza mista a visione.
Era come se ballerini dell’età del bronzo ci danzassero attorno e voci di marinai che avevano viaggiato dall’Egitto a Creta a Cipro ci invitassero su alti tumuli che potevano magicamente solcare le onde.
A volte sia a Renata sia a me semplicemente parlando di etimologie sembrava di impazzire ma era una pazzia felice e il paesaggio potente che ci ospitava incrementava questa dissennata euforia sempre sul punto di sfrenarsi in qualcosa di tremendo.
Sempre a un passo dal sacrificio.

Mi stavo abbottonando la camicia di lino sul petto scottato perché c’era la cena di compleanno dello scroccone della banda che tra tutti gli amici di Renata era quello che sopportavo di meno ma fino a quel momento ero riuscito a dissimulare.
Purtroppo a cena quando arrivò il porceddu e lui scoppiò in un entusiasmo incontenibile e cominciò ad applaudire e a dire che lo voleva sbranare tutto quasi lasciando intendere che poiché lui era il festeggiato solo lui aveva diritto al cibo io pensando al fatto che di certo non avrebbe tirato fuori un euro come del resto non aveva fatto per tutti quei giorni commentai con toni sprezzanti a voce un po’ troppo alta e un altro amico di Renata mi sentì.
Mi fece un cenno con le mani come a dirmi stai calmo.
Io chiesi scusa ma poi ci ripensai e poiché nemmeno quest’altro mi stava tanto simpatico gli dissi che non mi faceva paura.
Lui avvampò d’ira e uscimmo di fuori come per regolare la questione ma sia Renata sia la sua ragazza ci scortarono fuori dal ristorante dove con la loro mediazione ci spiegammo e ci trovammo perfino d’accordo che quello era proprio un vergognoso scroccone ma questa sera era il suo compleanno e così bastava averlo condannato moralmente ma non c’era motivo ora di turbare la festa.
Non posso dire di essere diventato amico di quel ragazzo che in quei giorni era nervoso perché la sua bellissima ragazza con gli occhi celesti i riccioli dorati e le labbra carnose di un rosa porcellana lo faceva impazzire quando discutevano nemmeno lo guardava ma fumava con indifferenza e lo trattava come la regina dalla pella lattea un oscuro servo ma fu piacevole disinnescare la violenza non appena si stava affacciando e tornare dentro al ristorante con quell’inaspettato senso di complicità.
Nemmeno lui voleva combattere.
Per uno scroccone senza fondo poi.
Dentro si era già divorato da solo quasi tutto il porceddu e era proprio come se avesse praticato il cannibalismo.
E io pensavo a quella parola “sacrificabile”.

Che non stessi bene si dimostrò la notte che Renata mi sfiorò con la mano mentre dormivo su un letto sistemato accanto al suo.
Tutta la tensione e il nervosismo di una vita enigmatica mi portarono a una reazione che fece scendere il fratello dal letto a castello di sopra quello della sorella in atteggiamento protettivo gridando «Oh ma che succede!»
Renata piangeva.
Cercammo di non svegliare gli altri ma io non seppi trovare le parole giuste né per Renata né per il fratello che da quel momento in poi ebbero un ulteriore motivo di sigillare la loro unione.
Al di fuori c’erano solo pazzi che non sanno tenere i nervi come me.
Ma sussurrai a Renata piano «Guidami a vedere i tumuli dei Shardana».
Lei che era laureata a differenza di me e per la precisione in Egittologia alla Sapienza con una tesi su Le avventure di Sinuhe portava dentro di sé mille storie su popoli e tradizioni del Vicino Oriente e del Mediterraneo e del resto lei stessa era un fiore scelto di quell’universo storico-geografico.
Fu Renata a farmi capire che il passato non esiste nei libri e nei codici o nei papiri o nelle stele ma si incarna in una specie di suo sacerdote che può anche essere una ragazza tiburtina come lo era lei allora e conoscerla vuol dire studiare la storia molto più nel vivo che da qualsiasi cattedra.
Insieme con il fratello alla luce della luna uscimmo e senza fare rumore Renata si fece dare di nascosto a lui le chiavi della macchina del suo ragazzo svegliando la regina lattea dai riccioli aurei che fu molto divertita e fedele al nostro proposito notturno e ne approfittò per salire sull’erta terrazza a fumare una sigaretta insieme con le stelle.
Con il fratello seduto accanto e Renata dietro portammo la Mercedes station wagon con carrozzeria champagne e le profonde luci dei suoi fari sulle strade della Gallura in direzione dei popoli dei nuraghi.

Non so quanto guidai forse un’ora calcolando che più volte imboccai la strada sbagliata ma anche con l’aiuto di Renata e di suo fratello Michele alla fine arrivammo ai Giganti di Li Lolghi al maestoso e misterioso frontale quel semicerchio come di zanne aguzze che sembrava nel buio schiarito dalla luna un’esalazione gassosa.
Davanti a quell’imponenza mi batté il cuore e Renata sembrò avere ritrovato se stessa come se lì fossero sepolti i suoi avi e altri personaggi non meno vicini al suo sentimento del fratello Michele che anche lui guardava al tumulo non più con la consueta espressione corrucciata ma con uno strano profondo rispetto immerso come noialtri in un silenzio inerme.
Non ricordo nemmeno chi disse la frase seguente perché in fondo non ha nessuna importanza la bocca che si aprì e la voce che parlò.

Il sacrificio non si deve consumare mai anzi proprio quando la vittima sacrificale lo merita andrebbe risparmiata.

E poi ricordo nitidamente nel buio che lentamente svaniva per il moto del sole Renata che si trasformò e subito dopo anche Michele e finalmente li vidi nelle loro vere vesti antiche e saliti in macchina sempre lui ma diventato animale accovacciato davanti accanto a me e lei diventata pure una fiera ma dietro ci perdemmo mentre a ogni rettilineo e a ogni svolta di quelle strade serpeggianti e saliscendenti li riconducevo sogguardando le mani sul volante nella luce crescente del giorno sospirando una terza metamorfosi che mi fondesse con loro e mi assorbisse.
Sono passati quasi trent’anni.
Su un libro di storia sono poche righe o un lungo paragrafo o un capitolo intero.