Esiste un paradiso degli autori? La fama in vita è un capitale su cui accumulare i giusti interessi? Il Novecento del capitalismo editoriale non ci ha dato buone risposte: se un Borgese riusciva a imparentarsi con Thomas Mann e, sulle televisioni di Stato, Arbasino introduceva Moravia come «il maggiore scrittore italiano», chi sono costoro, oggi, per noi? Chi li legge più per davvero? In libreria, vediamo poi ultimi fattisi primi, che hanno fatto caso dopo la morte: Morselli, D’Arzo, il grandissimo Tozzi che si è pure infilato dentro i manuali del Luperini… eccezioni che un po’ ci confondono, che suggeriscono (dio ce ne scampi) una possibile aristocrazia dello spirito.
Tirandoci fuori dall’ipotetico merito a cui abbiamo intitolato ministeri e ministri, ammetteremo piuttosto che ogni rilancio è impossibile, se non per via di mercato. E qualcuno ancora ci punta: si veda il giovanissimo editore Utopia, il quale ha aperto bottega sui nuovi anni Venti con un libro pressoché centenario, Gente nel tempo di Massimo Bontempelli. Veste grafica e paratesti apostrofanti il lettore sono attraenti, furbescamente adelphiani; e di uguale ispirazione si è rivelata la strategia della casa: fondare un canone sopra autori minori o, piuttosto, trascurati; tra gli italiani figurano, infatti, Grazia Deledda (il Nobel meno letto di sempre?), Ottiero Ottieri e, appunto, il Bontempelli.
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