In un video Youtube del 2009 che riporta per titolo solo il suo nome, Daniele Del Giudice vince la prima edizione dello European Union Prize for Literature per Orizzonte mobile pubblicato quello stesso anno per Einaudi. Il primo minuto del video assembla lo stanco cerimoniale di qualsiasi premio del globo. Dopo, quando si passa all’intervista (condotta chi sa perché sul sedile posteriore di un «Euro Taxi» che scorrazza per una Bruxelles di metà luglio), il filmato scarta, e dilania. Perché Del Giudice era una persona posata – basta reperire su Internet una sua intervista 1985 per la RSI e notare risposte studiate come se le andasse scrivendo su una pagina invisibile –, ma qui, mentre parla nel taxi del 2009, lo è troppo. Dopo una ventina di secondi pure lo spettatore ignaro capisce che le lunghe pause non sono fatte per scegliere le parole più precise, ma per trovarne poche non ancora svanite. L’oppressione è totale col senno del poi, nel 2025: quando Del Giudice è morto ormai da quattro anni, dopo una lunga malattia neurodegenerativa che lo aveva portato a passare circa un decennio in un ricovero all’isola della Giudecca.
Ci sono due modi di interpretare questo spezzone.
Il primo inscrive lo smarrimento cognitivo di Del Giudice in un destino d’autore: Lo stadio di Wimbledon (1983) è l’inchiesta sulle tracce di uno scrittore senza opera come Bobi Bazlen, e sotto traccia è un apprendistato al silenzio come disciplina per riconfigurare i rapporti fra l’io e le cose; Atlante occidentale (1985) ha al suo centro Ira Epstein, che ha attraversato la sua condizione di scrittore per uscirne, con felicità e senza ritorno; Nel museo di Reims (1988) è la storia di Barnaba, un ragazzo che vaga in un museo prima di perdere definitivamente la vista, chiamando le immagini a sé quasi dovessero accompagnarlo fino all’ultimo; Orizzonte mobile (2009), che ricostruisce un viaggio fatto da Del Giudice in Antartide nei primi anni Novanta, è collocato in un paesaggio di luce assoluta, che non sa che farsene della presenza umana e delle sue categorie. La tentazione di connettere l’opera che è stata e la malattia che sarebbe venuta è forte, ed è la via più diffusa, corta ma anche volgare della scrittura biografica.
Un altro modo di osservare la malattia di Del Giudice sta nel tenerla separata dalla persona, restituendone la casualità tragica. È quanto fece due secoli fa Thomas De Quincey in Gli ultimi giorni di Immanuel Kant. Strada impervia, che è stata percorsa degnamente nel lungo ricordo narrativo di Del Giudice Il mondo che ha fatto (La Nave di Teseo). A lui l’autore Roberto Ferrucci si è legato di un’amicizia quasi trentennale.
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