La fabbrica e i ciliegi, da poco uscito per Ponte alle Grazie, sorge dall’evento su cui il romanzo precedente di Tommaso Giagni si chiudeva: un gigantesco incendio. Ne I tuoni (2021) il fuoco era il richiamo indecifrabile lanciato da alcuni ragazzi romani di seconda generazione che, sulla scia dichiarata del film L’odio di Mathieu Kassovitz, si sentono spalle al muro e vedono nella distruzione l’uscita. In questo libro, invece, il fuoco c’è stato davvero. La sera del 14 luglio 1978 attecchì nella fabbrica SLOI nella zona nord di Trento, per una reazione dell’acqua piovana col sodio, e provocò decine di feriti e danni ambientali. Ma se le fiamme avessero raggiunto il piombo utilizzato per le miscele lì prodotte, l’intera area fra Trento e Rovereto avrebbe contato migliaia di morti.  Sullo sfondo ci sarebbe stata la catastrofe ambientale.

Giagni parte dai fatti, ma non fa loro eco: non riscrive la realtà tale e quale nei suoi risvolti più giornalistici, spacciando l’enfasi drammatica per stile e decorando il tutto con qualche sguardo al proprio ombelico. Se la storia industriale in Italia è il buco nero dei discorsi che questo paese fa su di sé, in La fabbrica e i ciliegi è il rimosso da cui parte la formazione di Cesare, cinquantenne romano. Dopo la morte della madre, frugando fra le sue carte, Cesare mette a fuoco la propria cecità: il padre, prima della sua nascita, non è stato ucciso dalla leucemia, ma da un avvelenamento da piombo proprio alla SLOI. Storico senza grandi gioie professionali, per la prima volta Cesare sente di mettere la propria vocazione al servizio di una verità su se stesso. Non sa che la ricerca lo porterà dove non voleva e che il passato, suggerisce una delle sequenze migliori, è un lungo corridoio pieno di porte chiuse. Non sa che troverà Marilù e Loris: i due giovani umani in fuga coi quali, per l’intelligenza crudele del caso, il suo destino s’intreccia. Sin dall’adolescenza in una provincia del Sud, Marilù è mossa da un istinto di libertà che perde le sue ragioni col passare del tempo. Ormai grande, arriva a Trento e si lega a Loris, il cui destino sembra lo specchio di quello di Cesare. Professore universitario di geografia, Loris ha costruito il suo successo e il suo carisma sulla mitologia delle proprie origini umili, ma non ci ha mai fatto i conti. 

Finora, Giagni scriveva di ragazzi in lotta con padri inadeguati, estranei a caccia di spazi e prospettive. Qui, i suoi personaggi conservano quell’innata maturità feroce, ma per la prima volta non chiedono risposte impossibili al futuro. Mostrano disillusi i denti al passato per una resa dei conti: e forse, dal fallimento di questo sforzo, si aprirà uno spiraglio. Di speranza? Difficile sbilanciarsi, in un libro che di consolazioni ne dà pochissime. Lo stile concede anche meno: è concentrato fino alla contrazione, veloce, per motivi opposti a quelli che rendono superficiale la pagina di molti coetanei. Il suo impressionismo traduce in voce il gesto di chi, nuotando in mare aperto con gli occhi spalancati, per un attimo intravede la profondità, e se ne ritrae appena in tempo.