Bob Dylan arrivò a New York nell’inverno del 1961. Ai nuovi amici spiegò di aver viaggiato sul vagone aperto di un treno merci, come gli hobos, vagabondi talvolta con la chitarra. In realtà aveva trovato un comodo passaggio su una berlina a quattro porte. Fu un viaggio di ventiquattr’ore attraverso il Midwest. Aveva con sé una chitarra e poco altro. Sognava di diventare un cantante folk ma in passato si era accontentato di guidare il furgone di un panettiere. Proveniva da Duluth, Minnesota. Il cuore gelido degli Stati Uniti. Era un ragazzo sveglio. Non aveva studiato molto ma era un avido lettore. E dei libri giusti. Classici. Una delle sue poesie preferite era La vita solitaria di Giacomo Leopardi. Non amava parlare del suo passato. Fin da giovane, non voleva restare intrappolato nei ricordi. Voleva evolvere in cerca della sua musica o anche rimanere uguale a stesso ma senza provare un senso di colpa. Un sentimento che forse spiega la riluttanza con la quale Dylan, nel 2016, ha accettato il Premio Nobel per la letteratura, tra l’altro senza presentarsi alla cerimonia di consegna.

Per questo il regista James Mangold ha intitolato A Complete Unknown, un completo sconosciuto, il suo film sugli esordi del cantautore, rubando l’ispirazione a un celebre verso di Like a Rolling Stone. Dylan è interpretato (benissimo) da Timothée Chalamet finito nel mirino per un certo effetto karaoke durante le numerose scene in cui il copione lo costringe a eseguire brani. Compito gravoso talvolta per lo stesso Dylan, famoso anche per gli show, pochi per fortuna, che finiscono male. In realtà, Chalamet se la cava. Il genere “biografia di musicista” è quanto mai alla moda. Citiamo alla rinfusa: Freddie Mercury, Elton John, Amy Winehouse, Johnny Cash (anche qui regia di Mangold). Dylan però finisce sul grande schermo per la seconda volta in meno di vent’anni. Nel 2007, era uscito I’m Not There di Todd Haynes. Dylan era recitato da una selva di star, uomini e donne, per rappresentare l’inafferrabilità del personaggio. La stessa idea oggi sottesa al film di Mangold. Questa in effetti è l’interpretazione corrente di Bob Dylan: sempre un passo davanti al suo pubblico, a costo di deluderlo. 

All’interpretazione corrente di Dylan manca qualcosa. Il ragazzino che arriva a New York nella speranza di incontrare il suo idolo, Woody Guthrie, sarà un completo sconosciuto ma non a se stesso

A Complete Unknown, molto scolastico sul piano della sceneggiatura, e non è necessariamente un difetto, conduce lo spettatore dall’ingresso a New York alla prima, grande svolta. Bob Dylan, rapidamente assurto a santino della “vera” musica folk e possibile leader della incipiente contestazione, imbraccia la chitarra elettrica e sfonda l’udito dell’ordinato pubblico del Newport Folk Festival, beccandosi l’accusa di “traditore”. Non ci mettiamo neppure a fare il giochino “chi c’è e chi manca”. Forse, tra i mentori di Dylan, si vede poco Dave Van Ronk e troppo Pete Seeger. Forse, Joan Baez non ha tutto lo spazio che meritava. Ma poco conta. Il film, basato sul libro Il giorno che Dylan prese la chitarra elettrica (Vallardi) di Elijah Wald, si guarda con piacere e non a caso ha ottenuto otto candidature ai Premi Oscar assegnati il 2 marzo. 


Però… All’interpretazione corrente di Dylan manca qualcosa. Il ragazzino che arriva a New York nella speranza di incontrare il suo idolo, Woody Guthrie, sarà un completo sconosciuto ma non a se stesso. Scrive Dylan in Chronicles (Feltrinelli), la bizzarra autobiografia uscita nel 2005: «In ogni caso,

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