Avete notato? Nel mondo culturale italiano non c’è praticamente nessuno – artista, intellettuale, mediatore culturale – che ammetta di avere potere. Il potere è qualcosa che hanno gli altri. Quando poi gli apparatchik dell’editoria e del giornalismo culturale, insieme agli scrittori visibili, e anche quelli meno visibili, insistono nel sostenere che l’unico vero potere è quello politico, e in particolare di governo – dal Presidente del Consiglio in giù – probabilmente non si rendono conto di riattivare lo stesso potere che contestano.
Da una parte li capisco: è un modo per rivendicare quello statuto di innocenza che da diverse stagioni sembra riscuotere l’interesse primario del pensiero progressista, per cui un Matteo Salvini o una Giorgia Meloni possono essere additati come detentori del potere mentre un Roberto Saviano, o prima di lui una Michela Murgia, sarebbero anime disarmate che godono – o godevano – tutt’al più del favore di un «pubblico» (naturalmente il pubblico giusto, quello che soffre se non riesce a collocarsi in ogni occasione dalla parte giusta della Storia).
Ora può suonare perfino pedante ricondursi a Foucault e all’idea che il potere consiste meno nella detenzione di qualcosa che nel suo esercizio, però da qualche parte deve pur nascere questa frenesia di identificarlo, il potere, di assegnarlo indubitabilmente e irrevocabilmente a una serie di soggetti (che sono sempre altri) e a quelli soltanto. Mi rifiuto di crederla un’astuzia per lavarsi la coscienza: sarebbe banale, ancor prima che scorretto.
«Non c’è sapere o scienza che non implichi l’esercizio di un potere in atto», scriveva Gilles Deleuze. Ciò che Deleuze ha crudamente inteso di Foucault è la concezione del potere come esercizio. Il potere è una condizione passeggera che si incarna e transita di soggetto in soggetto. L’errore è nell’identificarlo in una serie di apparati. Quando lo scrittore impegnato-progressista di turno rende partecipe la sua comunità di riferimento della propria neutralità, se non opposizione, rispetto al potere, indicandone altrove la concrezione (ovviamente malefica), sta parlando esattamente come ci si aspetta che parli il membro di un apparato – perché oggi gli apparati di ogni colore tendono a parlare così, e dove sarebbero le differenze?
Quando leggo Rosella Postorino, scrittrice di lunga esperienza nonché editor di una delle più importanti case editrici italiane, che interviene sui social a proposito della critica letteraria, contestandone non le acquisizioni ma l’attività specifica, posso decidere se liquidare la cosa come una maldestra invasione di campo, o se guardare la faccenda con gli occhi di Foucault: utilizzando la tattica della genealogia, cioè provando a riportare alla luce il dispositivo di potere che si annoda a quel sapere particolare. Il sapere, in Foucault, è ciò che decide chi parla e chi no, e soprattutto di cosa si parla. Ecco il passaggio “incriminabile” di Postorino: Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti