In uno dei suoi diari, Des mois, Tommaso Landolfi si domanda se sia possibile «guadagnarsi la vita inventando elzeviri», se questa scrittura, così minuta e precisa, succube di tempi giornalistici e numero di caratteri, possa sostituirsi al resto dell’opera: «Si potrà andare avanti per un certo tempo, ma poi essi dovranno per forza diventare via via più fiacchi, e dovrà addirittura inaridirsene la fonte». Nel gioco di rivelazione e nascondimento operato da Landolfi per tutta la sua vita (Giacomo Debenedetti ha riassunto questo procedimento con una splendida immagine: «Landolfi non è uno che scagli la pietra e nasconda la mano; mostra anzi la mano, ma intenta ad altro gesto: quello, poniamo, di guardare l’orologio o di fare ombre cinesi»), gli elzeviri che scriverà per il «Corriere della Sera» rappresentano una contraddizione a quanto espresso nel diario, non solo perché la sua ispirazione non sembra mai affievolirsi, ma anche perché questi brevi testi sono in un rapporto di perfetta continuità con il resto della sua opera, funzionando quindi sia come espansione della sua scrittura “maggiore”, sia come possibile porta d’accesso al suo insondabile mistero.
Lo scrittore di Pico raccolse i suoi elzeviri in due volumi Del meno e Un paniere di chiocciole e quest’ultimo torna adesso in libreria grazie a Adelphi, un libro che nei suoi cinquanta raccontini rivela Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti