Martedì 21 ottobre 2025, alle ore 16, presso il Collegio Borromeo di Pavia, si terrà il pomeriggio di studi “La vita in tempo di bit: Francesco Pecoraro. Scrittura Lingua Archivio”.

1.

Non so davvero da dove cominciare: Roma è la città dove sono nato e dove vivo, anzi dove sono restato intrappolato: il mio è un curriculum interamente romano, nel senso che non solo ho abitato in Roma, ma ho anche lavorato sulla città, per trentacinque anni, come architetto della pubblica amministrazione. Questa cosa mi ha segnato, cioè ha segnato profondamente l’immagine della città che mi porto dentro.

2.

Credo che questo eccesso di immersione abbia falsato la mia visione. Ma dato che tutte le visioni letterarie sono false, però sono anche vere, credo che Roma, come qualsiasi altra città, ma direi soprattutto Roma, possa essere detta in modo abbastanza veritiero solo da scrittori che, pur essendoci vissuti, non vi sono nati: penso a Gadda, a Pasolini, a Siti, i primi che mi vengono in mente. Persino la percezione della parlata è più esatta se vieni da fuori: se ci sei dentro dalla nascita certe tue pronunce strascicate ti sembrano ancora italiano, perché nella tua testa le hai pensate in italiano, ma sono romanesche.

3.

Dopo tutto questo tempo non posso dire di conoscere Roma, anzi progressivamente aumenta la sensazione di ignoranza e estraneità di certi enti, anche di quelli che credevo di conoscere molto bene e che invece guardandoli di nuovo sembrano sprofondati in una dimensione che non mi appartiene: mentre intere aree urbane mi restano del tutto sconosciute e persino certi spazi del centro storico li conosco solo per nome, ma non saprei dire su due piedi come sono e persino dove sono.

4.

Dopo tanti anni, ho incominciato a pensare Roma (e in genere la città, direi la realtà) in modo schematico. Più che di luoghi preferisco parlare di enti urbani, siano essi pieni o vuoti: enti pieni sono gli edifici e i gruppi di edifici, i monumenti, gli obelischi e le fontane, ma anche alla fine i viadotti, le rotatorie, mentre enti vuoti sono strade, piazze e terrain vague di risulta, cioè brani del così detto terzo paesaggio. Se mi addentro nel concetto di città, più che a enti (sarebbe meglio dire istituzioni) spaziali preferisco pensare a un sistema complicato di rettangoli tridimensionalizzati, pensati, cioè pianificati, essenzialmente in planimetria: prima vengono le due dimensioni, poi interviene la terza a conformare lo spazio: credo che noi essenzialmente concepiamo la città per percorsi, riferimenti, mete, insomma come una rete bidimensionale di relazioni tra enti spaziali conosciuti. 

5.

Quando questa rete mentale comincia a presentare lacune e al posto di un percorso spazio-temporale, nella nostra mente si imprimono solo fermate della metropolitana, linee di trasporto pubblico, oppure strade di scorrimento veloce, quando cioè perdiamo l’immagine mentale della città nella sua interezza—mia madre, per esempio possedeva una completa, o quasi, immagine di Roma, e dei luoghi dove non era mai stata conosceva almeno il nome— allora vuol dire che siamo in una metropoli. 

6.

Di solito reagiamo all’immensità inconoscibile della metropoli restringendo i nostri spazi di immediato riferimento, quelli dell’esistenza quotidiana, che si rattrappiscono nella loro marginalità rispetto a un centro che magari non esiste più nelle forme che conoscevamo. Reagiamo al senso di marginalità che ci procurano gli ambiti di riferimento ristretti, dichiarandoci a nostra volta centrali. È così che si forma il sistema multipolare di micro-città, forse meglio dire di sub-città fisico-mentali, di cui è costituita la Roma contemporanea, con la sua mancanza di una rete di connessione tra le parti e il tutto che genera un’enorme difficoltà di spostamento, del resto accettata da tutti come un destino inevitabile e ormai caratterizzante la città. Roma è la città che ti mangia la vita se devi prendere tutti i giorni la metro, o “i mezzi”, o l’auto.  

7.

La città ci costringe e ci forma: ciascuno di noi è un prodotto (e allo stesso tempo un produttore) della civiltà urbana cui appartiene: se siamo semplici cittadini la città ci riassorbe e si dimentica di noi prestissimo, ma qualche traccia, di qualche tipo, anche solo nella mente di qualcuno l’abbiamo lasciata: tuttavia finché siamo in vita quella che consideriamo la nostra non-negoziabile individualità è costruita in gran parte dall’esterno, cioè anche, anzi soprattutto, dalla città. È su questo condizionamento decisivo che costruiamo il nostro senso di appartenenza e l’amore per questa città così com’è. 

8.

Chi si occupa di Roma, e ci vive, ha bisogno di costruirsene un’immagine complessiva, che con la crescita. il cambiamento. la diversificazione. l’immigrazione. l’invecchiamento. eccetera, diventa sempre più approssimativa. Alla fine mi accontento di vedere Roma come un insieme di gironi simbolicamente concentrici: al centro la mitica Città Storica, a sua volta assai diversificata: città rinascimentale, città medievale, secentesca, settecentesca, ottocentesca, ma non novecentesca, perché è sterminata, anche se conservo la memoria della grande esplosione palazzinesca con cui un esteso ceto mediocre reagiva alla spinta centripeta delle baraccopoli del dopoguerra. Storia nota, devastazione sotto gli occhi di tutti, eppure ormai accettata come inevitabile acqua passata, anche se gli errori urbani non te li lasci alle spalle, permangono, restano lì a condizionare la vita di chi ci vive, fino a farsi essi stessi vita

9.

Subito all’esterno dei tessuti di prima, seconda, terza espansione post-unitaria—ancora in qualche modo compatti, ancora riferiti al modello insediativo proposto dal centro storico con le correzioni suggerite da altre culture urbane europee, cioè di brani costruiti mediante isolati, strade, piazze, secondo procedimenti sintattici, ma più spesso paratattici e ipotattici, come sistemi complicati di camere, a partire dalle camere private delle case fino alle camere pubbliche e a quelle di collegamento (anche qui secondo i miei schemi di lettura)—subito all’esterno, dicevo, esplode la palazzina anni Sessanta.

10.

Fino qui, fino alla città otto-novecentesca, fino al Piano Regolatore fascistico del 1931, tutto è ancora identificabile, quasi comprensibile, dunque quasi approvabile. Ma oltre questa città, ancora in continuità con la città storica, che in modo più o meno compatto si costruisce fino agli anni Quaranta del Novecento, si estende qualcosa di mostruoso, un immenso girone che contiene tutto e il suo contrario e che per me, nato nella geometria della città ottocentesca, è sempre stato caos, innanzitutto fisico, vale a dire rinuncia al primo compito della specie umana, che consiste nel costruire incessantemente un ordine geometrico in opposizione al disordine della conformazione naturale. La città dev’essere innanzi tutto un’affermazione di razionalità contro la natura. Si veda l’affresco del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti, con quel tutto artificiale delimitato in modo netto e perentorio, pulito e mantenuto e racchiuso nel carapace difensivo delle mura. Qui è la città. Fuori è la non-città. Ma Roma non è così. Nel Pianto della scavatrice (mi pare) Pasolini parla di una città apocalittica e miserrima, che finisce e ricomincia più e più volte, perdendosi gradualmente nell’Agro. Ancora oggi, fatto salvo il recinto simbolico-difensivo del Gra, è così.

11.

Il girone esterno cui mi riferisco, senza le dovute numerosissime distinzioni e identificazioni e descrizioni, è tuttavia costituito dai modelli di costruzione della città invalsi nel dopoguerra—ma anche dal loro opposto, vale a dire da agglomerati spontanei e abusivi oggi consolidati e venduti a generazioni successive in cerca di abitazioni a basso costo—i modelli di cui parlo sono quelli codificati dalla teoria modernista della città, dove il rapporto spazio pubblico-edificio si rompe, distruggendo ogni idea di internità urbana. Tutto deriva dai modelli modernisti, come la Ville Radieuse e le altre visioni di Le Corbusier, le cui suggestioni hanno agito per parecchi decenni, fino a realizzarsi a Brasilia, per esempio, oppure a Roma, nell’edificio-città di Corviale, prezioso (e unico in Europa) frammento di utopia di quelle dimensioni. Ma qui occorre un’argomentazione più approfondita, immagino esistano libri. 

12.

Nelle maglie larghe della città dello zoningzoning è quando la città non è più disegnata, ma solo pianificata per zone, con chiazze di colore indicanti di volta in volta specifiche norme di edificazione e separate tra loro dai tracciati della viabilità principale: tutto vi è norma, niente vi è forma—si inserisce comodamente la città della speculazione, vale a dire della palazzina, che quelli della mia generazione ancora considerano, se non del tutto esecranda, con estremo fastidio.

13.

Ma nel caos della Roma del dopoguerra, e nel corso di alcuni decenni, le istituzioni preposte, colte e ideologizzate in senso socialista (che è quando una classe dirigente si fa concretamente carico dei problemi delle classi subalterne, come quello della casa) costruiscono brani di città auto-cosciente cioè consapevole di un dover essere tipologico e spaziale che quasi sempre fallisce (cosa significa in questo caso fallire?), ma che è comunque meglio della città inconsapevole, corrotta—e mal-pianificata perché corrotta—del profitto e delle palazzine, vero autentico preciso specchio delle classi che l’hanno costruita e che seguitano a farlo.

14.

Nei brani di città di iniziativa pubblica prevale, ma non sempre, il Super-Io modellistico modernista (parola dai molti significati), pensati e disegnati da intellettuali che si ponevano il problema del difficile rapporto tra forma e riforma: la città fisica come prodotto di una ristretta città sociale che crede nella possibilità di riformare e guidare e migliorare l’esistente, che punta insomma a costruirvi brandelli di utopia. In quanto tecnico dell’habitat ho appartenuto, e si potrebbe dire che ancora appartengo, a questa cultura della modificazione dell’esistente. Ciò si riflette nel mio scrivere della città, che è prevalentemente, dolorosamente, irosamente, talvolta ingiustamente, critico       

15.

Detto questo (cioè il minimo sindacale) sull’appartenere a una città, affermo, per semplificare, che una città è una serie di opposizioni dialettiche—a partire dall’opposizione primaria interno/esterno che si istituisce con l’apparentemente semplice atto di abitare (non solo la casa, ma anche per esempio una piazza, uno slargo di marciapiede)—che descrive prima di tutto il nostro modo di stare al mondo: qualsiasi cosa facciamo, la facciamo o dentro o fuori un ente spaziale.

16.

Ente spaziale è una camera urbana, o una parte di essa (Piazza del Popolo/Caffè Rosati/Tavoli Verso la Strada, Verso il Muro, eccetera). Ma ente spaziale è anche un gruppo, più o meno sistematico di camere e stanze (dal greco kamara e dal latino stans stantis, secondo il Devoto-Oli), come un quartiere, un’area urbana più o meno vasta: un’ente vasto è Roma Sud, per esempio: contorni vaghi, più un’idea di città, più una percezione sociale che realmente spaziale.

17.

Nella città l’ente spaziale è anche un ente mentale, ha un nome che spesso definisce solo un riferimento vago: abita a Madonna de’ Riposo, sta a Boccea, sta ar Portuenze: nomi che evocano immagini, percorsi da fare, strade, piazze, mezzi pubblici da prendere, tempi di percorrenza brevi, medi, lunghi: una forma di orientamento primaria, ancora topicamente imprecisa e tuttavia evocativa. Ogni micro-città metropolitana ha la sua forma di civiltà.

18.

L’ente evocato con la denominazione generale è a sua volta evocante di quel qualcosa di socio-spaziale, spesso piuttosto complesso e profondo, che sta attaccato al nome: parole come Quadraro, Trullo, Primavalle, Mandrione, Corviale, eccetera, si portano addosso il loro passato, cioè la loro specifica cultura e civiltà, gli eventi narrati per strada, ma anche dagli scrittori, dai giornali, dai film e dalla tv, cose e fatti di cui si parla nelle stanze delle case, dove si narra la città circostante, incessantemente.

19.

Come architetto, prima ancora che come scrittore, mi ha sempre interessato il rapporto città fisica/città sociale, cioè tra urbs e civitas, dove l’una sembrerebbe il prodotto dell’altra (come lo è la conchiglia del mollusco che la abita), ma non è certo: certamente non è lo spazio fisico che determina la qualità sociale: e lo dimostra la gentrificazione di quartieri un tempo considerati un impasto irrimediabile di degrado fisico e sociale, che oggi sono luoghi invece intrisi di fighetteria giovanile e hipster (altro nome evocativo di spazi urbani).

20.

Come abitante nato e vissuto quasi sempre a Roma Nord, non ostante la mia professione, come dicevo, ignoro parti di città immense, voglio dire che ignoro come realmente vi si viva, e chi ci viva, e cosa facciano gli abitanti, anche se, come dicevo, mi viene continuamente raccontato dalla letteratura, dai film, dai giornali, dai media. 

21.

Ma io non credo mai del tutto a ciò che mi raccontano: le vicende estreme sono quasi sempre soverchiate dalla noia della normalità urbana, sia pure nel crimine e nel degrado. Le narrazioni di questo genere sono di tipo intensivo e servono soprattutto a intrattenere noi, ceto medio universale, che accettiamo il monopolio statale della forza, ma che ci nutriamo in continuazione delle vicende di chi invece l’ha rifiutato. Eccetera. Questo eccetera vuole dire che la questione è complessa e meriterebbe molte parole.  

22.

Per lavoro ho percorso la città in lungo e in largo, perfino ricognizioni in elicottero, l’ho studiata nel dettaglio sulle mappe, ma ne ho conservato una visione frammentaria e confusa, dalla quale, fin da piccolo, non sono mai riuscito davvero a liberarmi. 

23.

Non sono uno scrittore di periferie e nemmeno di aree centrali, non ho competenze specifiche che non siano archi-urbanistiche, non mi interessa denunciare e forse nemmeno analizzare: come scrittore mi interessa riferire, ma posso riferire solo ciò di cui sono venuto a conoscenza.

24.

Mi interessa la restituzione dell’impasto tra le nostre vite e l’ente spazio-temporale che chiamiamo Roma: la città percepita è sempre diversa dalla città reale: per esempio, per anni ho considerato tonda Piazza Mazzini, nonostante sapessi che invece è quadrata e per decenni quello spazio è rimasto marcato dal mio immaginario infantile, che risale agli Anni Cinquanta: lo vedevo e ancora lo vedo come qualcosa di pericoloso con al centro una lontana isola tonda alberata con uno specchio d’acqua e coccodrilli di pietra: se ne scrivessi, e l’ho anche fatto, non potrei prescindere da questa percezione antica per me ineliminabile. 

25.

Nella Vita in tempo di pace non nomino mai Roma, ma utilizzo il sintagma Città di Dio, che ammetto molto abusato: del resto non nomino mai l’Italia, ma parlo di una Penisola: chiamare i luoghi con il loro nome mi costringerebbe alla precisione, cui sono portato per carattere e formazione. Dunque, mi attengo a una visione vaga, in cui i riferimenti a cose e persone può essere manomessa e alcuni nomi sono cambiati anche solo per il gusto di modificarli, lasciandone intatto il senso. Per esempio: il Grande Raccordo Anulare nel libro è detto Anello di Gronda, che ha più o meno lo stesso significato. 

26.

Mi piacerebbe riuscire a rinominare la mia città, interamente o quasi, cercando nomi che siano anche definizioni più precise, o più evocative, non so, di ciò che realmente sono gli enti urbani, pieni o vuoti che siano. Rinominare il Pantheon come il Tempio Centrale di tutti gli dèi, San Pietro come la Grande Roccia incombente, parlare del rettifilo via Flaminia-via del Corso come dell’Asse che va dal Fiume all’Arce primigenio, di Porta del Popolo come dell’Ingresso Laico alla città. Eccetera. Sono solo nomi buttati lì a caso, come esempi.