Se per caso vi è sfuggito, istruzioni per l’uso: i testi che seguono si possono leggere di seguito, come capitoletti di un diario collettivo in cui tutti noi umani (e talvolta non umani) facciamo nel bene e nel male la nostra parte, ma per sapere chi ha detto cosa, basta cliccare sulla parola iniziale e si arriverà alle fonti.
In base agli studi più recenti fino al 22% della popolazione mondiale avrebbe problemi di olfatto come l’iposmia o l’anosmia, cioè la perdita parziale o completa della capacità di percepire odori. Molti altri convivono con la fantosmia, che fa sentire odori inesistenti, o con la parosmia, che trasforma profumi ordinari come il caffè o lo shampoo in puzza di feci o vomito. A lungo poco comprese, sottodiagnosticate e spesso minimizzate dai clinici, queste condizioni sono diventate oggetto di ricerca soprattutto con il Covid: oggi i ricercatori associano i disturbi dell’olfatto a 139 condizioni neurologiche, fisiche ed ereditarie, dall’alcolismo al virus Zika, fino alla sindrome di Guillain-Barré.
Più della metà del consumo di contenuti su Spotify oggi è in lingue non inglesi, e il fenomeno è in crescita. Il fattore scatenante potrebbe essere stato Despacito di Luis Fonsi: il brano, che conta oggi più di quattro miliardi di stream complessivi su Spotify, avrebbe aperto le orecchie dei consumatori alla musica non inglese. Attualmente, per esempio, è abbastanza comune vedere nella top 50 della piattaforma successi indiani, consumati principalmente – ma non esclusivamente – in India o nell’ambito della diaspora indiana.
Circa 3,5 milioni di africani studiano lo spagnolo nell’Africa subsahariana, una cifra raddoppiata rispetto al 2014. A spiegare questo avanzamento sarebbero fattori diversi: la musica, il calcio, le migrazioni e il calo di prestigio del francese. L’Instituto Cervantes espande la sua presenza dal Senegal alla Costa d’Avorio e sta già guardando con interesse al Camerun, che con 1,2 milioni di iscritti è tra i primi paesi al mondo per numero di studenti di spagnolo.
In base alla seconda indagine nazionale sulla salute sessuale, condotta in Spagna su 9.009 persone dal Centro de Investigaciones Sociológicas e dal ministero della Sanità, più di un uomo su quattro, nello specifico il 27,5%, ammette di aver pagato per fare sesso almeno una volta nella vita: nella prima edizione, nel 2009, era il 32,1%. L’indagine rivela anche che il 28% delle donne dichiara di essere stata costretta a pratiche sessuali indesiderate, contro il 13% degli uomini, e che il 54% degli uomini ritiene che, una volta accettato un incontro sessuale, si debba arrivare fino in fondo se l’altra persona lo vuole: tra le donne la pensa così il 37%. Intanto la soddisfazione sessuale è in calo dal 2009, e il 75,2% degli intervistati non ha usato il preservativo nell’ultimo rapporto.
Il fenomeno dei passport bros, uomini occidentali che si spostano all’estero in cerca di compagne “tradizionali”, è in crescita, secondo un’inchiesta dell’Economist. I paesi più battuti sono Thailandia, Brasile, Colombia, Filippine e Vietnam; forum, canali YouTube e account TikTok li classificano in base alle donne, segnalando quali siano le più femminili, le più tradizionali e le più disposte ad accudire un uomo. Non è una novità (dopo la seconda guerra mondiale quasi centomila veterani sposarono straniere), ma stavolta le donne non vengono in America: si va nel loro luogo di origine, grazie al lavoro da remoto e ai visti per nomadi digitali. Decisivo è anche l’aspetto economico, perché altrove è più facile mantenere una casa con un reddito solo: “Non mi dispiace frequentare una donna povera”, dice uno di loro, perché così i ruoli tradizionali vengono da sé. Un sondaggio Ipsos in una trentina di paesi ha rilevato che più della metà degli uomini della generazione Z ritiene che i diritti delle donne siano già andati abbastanza avanti, e circa un terzo che le mogli debbano sempre obbedire ai mariti.
Nella NBA mentire sull’altezza è pratica così consolidata da non essere quasi percepita: per decenni i giocatori aggiungevano centimetri per sembrare più imponenti agli scout. Charles Barkley, schierato per tutta la carriera come “6-6”, cioè 198 cm, ha poi ammesso di misurarne cinque in meno. Hakeem Olajuwon era listato “7-0”, 213 cm, ma probabilmente si fermava a 208. Il paradosso: alcuni giocatori preferivano sembrare più bassi. Kevin Durant, verificato a 211 cm, si è sempre dichiarato “6-9”, cioè 206, per mantenere la flessibilità di ruolo. Come ha spiegato lui stesso, “quando parlo con le donne, sono 7 piedi. Nei circoli del basket, sono 6-9”.
L’umanità è mediamente più alta che mai: l’altezza media globale è cresciuta quasi ininterrottamente dal 1914, con balzi spettacolari in paesi come la Corea del Sud, dove le donne hanno guadagnato 20,2 cm in un secolo. Fa eccezione l’India, che in cento anni ne ha guadagnati appena 2,9: gli uomini indiani sono passati da 162 a 164,9 cm e addirittura nel periodo tra il 2005 e il 2015 quelli tra i 15 e i 50 anni sarebbero in media diminuiti di un centimetro circa.
Negli ultimi cinque anni le iniezioni fai da te sono diventate un’abitudine di massa. Un tempo erano riservate quasi solo ai diabetici con l’insulina, oggi milioni di persone negli Stati Uniti e non solo si bucano da sole: Ozempic per il diabete, Mounjaro per dimagrire. Nel 2025 circa il 12% degli adulti statunitensi ha usato farmaci di questo tipo, i GLP-1, che da soli valgono il 7% di tutte le prescrizioni. Ma è la punta dell’ago: il ricorso alla fecondazione in vitro è raddoppiato in dieci anni (10-20 milioni di iniezioni ormonali fai da te l’anno), e nel 2024 sono stati somministrati 10 milioni di trattamenti di Botox e 8 milioni di filler. Molti arrivano dai 10.000 “medical spa” spuntati nel paese, che offrono anche vitamine iniettabili e flebo di elettroliti. Una catena, JECT, propone il “micro-dosing” in oro 24 carati: venti aghi placcati d’oro, più sottili di un capello, che spingono minuscole dosi di Botox appena sotto la pelle.
Cambiare per sempre il colore degli occhi è diventata una moda che gira sui social, ma gli oftalmologi lanciano l’allarme. Tre le tecniche: l’impianto di un’iride artificiale in silicone, il laser che “brucia” il pigmento bruno per virare all’azzurro, e la cheratopigmentazione, una sorta di tatuaggio della cornea in cui si inietta pigmento colorato. Negli Stati Uniti nessuna è approvata dalla FDA per fini estetici, e le complicanze possibili sono serie: uveite, glaucoma, danni alla cornea fino alla perdita della vista. La cheratopigmentazione era nata in Spagna per mascherare le cicatrici della cornea, è passata alla Francia e oggi sono numerose le cliniche a New York e a Miami, dove la pratica costa intorno ai 12mila dollari; chi non se li può permettere vola a Istanbul o a Smirne, dove si spende quasi la metà, oppure in Messico. Per le iridi artificiali le mete più battute sono Panama o la Tunisia.
A Vancouver, in Canada, le cornacchie attaccano regolarmente i passanti in primavera, durante la nidificazione: si avventano da dietro e prendono di mira sempre le stesse persone, perché riconoscono i volti e non dimenticano chi si è avvicinato troppo al nido. Un occhio grande come una capocchia di spillo archivia una faccia e la conserva per anni, e la voce gira: anche gli uccelli che non erano presenti impareranno a riconoscere il colpevole. La situazione è così seria che l’informatico Jim O’Leary ha creato una mappa interattiva degli attacchi, CrowTrax, che ogni anno si riempie di centinaia di segnalazioni.