Pensavo che non avrei detto un altro sì. Fu con sorpresa, quindi, che mi ascoltai ripeterlo più di trent’anni dopo, una mattina di maggio, in una spoglia stanza del municipio che rendeva ancora più evidente la nostra decisione di attenerci allo stretto indispensabile, il sole nuziale della primavera, la lega dei nostri sentimenti reciproci. Era la stessa che mi aveva unito a Maddalena, il primo sì, l’unico pensavo, pronunciato in una chiesa sul lago di Como, in un’estate immemoriale. Da ateo impenitente, avevo sentito la necessità di una parvenza di sacro: l’ombra solenne delle volte, l’osanna sillabato in ogni tinta primaria dalle vetrate. Uno stato d’animo del tutto diverso da quello che mi accompagnava ora, a fianco di Letizia, in quel municipio del centro di Milano; tuttavia, non ero meno compreso dell’importanza del momento, una solennità differente, come possono essere differenti cose per il resto molto simili, l’azzurro del cielo e del mare, per esempio, impalpabile, da inghiottire in un sol respiro, il primo, il secondo, liquido muscolare, con una reminiscenza di lacrime. I miei figli assistevano alla scena con sentimenti, che indovinavo contrastanti, complicati dall’idealizzazione del mio amore per la loro madre, in parte responsabile della perenne scontentezza che li aveva condotti alla mezza età, senza moglie, marito, figli. Penso che, a torto o a ragione, si sentissero traditi.
Niente di tutto ciò mi aveva frenato, da quando avevo incontrato in ufficio Letizia, più giovane di me di vent’anni (aveva rilevato la quota di un socio che si era ritirato), a quando avevamo deciso di sposarci, con la muta gratitudine che accoglie i conforti elementari dell’esistenza. Per tutta la nostra frequentazione, mi ero impegnato a evitare i paragoni e non era stato facile. Maddalena amava il profumo della lavanda, che snebbia i pensieri, mentre Letizia preferiva i profumi golosi, la vaniglia, la fragola, una predilezione che mi spiegavo con le sue origini meridionali e la sua giovinezza, un appetito non ancora del tutto soddisfatto, anche se, in realtà, Letizia aveva vent’anni più di Maddalena il giorno del nostro primo incontro. A Maddalena piacevano i colori pastello, ma finiva sempre per avvolgersi nel bianco più vaporoso o nel beige, con alcuni dettagli grigi, azzurro-polvere, tortora: era il fulcro, terribilmente a fuoco, di un’effusa dissolvenza; Letizia, invece, esibiva colori ipersaturi, come una madonna mostra il suo cuore sanguinante. Non c’erano ferite in lei, però, o incurabili dolori, anzi, tutto il contrario, una salute di ferro, d’altronde non ce n’erano stati neppure nella vita mia e di Maddalena, prima che lei s’ammalasse. Insomma, che le due donne fossero così diverse continuava a stupire i miei figli e gli amici, ma io ne ero, sotto sotto, rassicurato. Avevo la conferma di non essermi messo sulle tracce di uno spettro. Di un autoinganno quindi. Nei primi tempi della convivenza, dopo che ci trasferimmo nel mio appartamento, mi sorprendevo a trovare delle scarpe femminili con un tacco non troppo alto, abbandonate sul pavimento del vestibolo, e quasi mi aspettavo di sentire dallo studio la viola di Maddalena. Rimanevo, invece, intirizzito dal silenzio assoluto. L’improvvisa consapevolezza era come un cubetto di ghiaccio che scivolasse rapido lungo la schiena, a metà tra il sollievo e la delusione. La sola volta che vidi Letizia esitare fu quando la chiamai con il nome sbagliato: mi fissò per un istante, come se l’errore potesse essere il suo, ad aver scelto me, e poi mi schiaffeggiò una mano con un finto rimprovero, che ne nascondeva uno vero.
Il viaggio di nozze fu una formalità che sbrigammo nel corso di un weekend: un lago del Nord Italia, nel quale Letizia si avventurò per un bagno, subito affaticata dalla pesantezza dell’acqua, «era come camminare con indosso un’armatura», disse, e lei era abituata al mare del suo paese d’origine, un luogo mediterraneo (dovrei citare il nome di un’antica colonia greca sulla costa della Calabria, ma tutto si presenta, d’acchito, alla mia memoria, in una forma astratta, epurata, che, del molteplice, conserva solo l’essenza: una coppia di amanti, ora sposi, non più giovani, che festeggiano il loro matrimonio in un luogo quieto, che, opportunamente, si riflette in uno specchio d’acqua, con la nostalgia di un altrove a mettere un barbaglio fastidioso alla periferia dello sguardo).
Di ritorno a casa dal lavoro, martedì, o era mercoledì, trovai di nuovo le scarpe all’ingresso: lei usciva sempre un po’ prima dall’ufficio. Dallo studio, però, proveniva la musica di una viola (ascoltando meglio riconobbi che si trattava di un quartetto d’archi). Per un attimo m’inceppai. Ebbi un mancamento, una vertigine, come, quando appena svegli, non si riconosce subito la camera attorno a sé (i mobili turbinano in una serie di configurazioni possibili, ciascuna relativa a una stanza della nostra vita, ciascuna con un panorama diverso nel riquadro della finestra, fiori diversi a seccarsi sul davanzale), ma durò solo un attimo, per l’appunto. Avanzai verso la musica che Letizia stava ascoltando a tutto volume: un disco di Beethoven, trovato in casa. Le chiesi, cercando di mascherare la nota di rimprovero nella voce, perché non usasse le cuffie, come suo solito, e perché mai ascoltasse proprio quella musica. Il mio turbamento era tale che, lì per lì, non mi accorsi che era andata dal parrucchiere, un nuovo taglio, più corto, un nuovo colore, mogano, schiarito da ciocche rossicce, e sì che i suoi capelli lunghi e abbondanti erano stati la prima cosa a colpirmi di lei; facevano parte della sua figura e, allo stesso tempo, erano un attributo esteriore, come una tiara, un emblema di regalità: a volte lei ne sembrava la semplice depositaria.
«Mi è sempre piaciuta la musica classica, anche se non l’ascolto quasi mai. Da piccola, suonavo il violino».
«Non me l’avevi mai detto».
«Una sciocchezza, solo per un anno», con un movimento imperioso e un po’ farsesco, da direttore d’orchestra, m’impose il silenzio, andai a riporre le scarpe e la giacca.
All’inizio, penso, fu il taglio dei capelli, sulle spalle come li portava Maddalena. Certo, Maddalena aveva i capelli color del miele, il miele scuro del castagno, mentre Letizia quasi neri, eppure la nuova tinta era il primo passo verso una transizione, un timido trascolorare.
Nel fine settimana pensai d’invitare i miei figli a cena, con l’intento di consolidare il loro legame con Letizia. C’era in me la volontà d’imporre la mia scelta, fomentata da un senso d’ingiustizia, l’ingiustizia di pensare che, dopo vent’anni, non avessi diritto a innamorarmi di nuovo, e che, così, rinnegassi il mio amore per la loro madre. I sentimenti per Maddalena, tutta la nostra concitata storia, un periodo, che, confrontato con le decadi successive di vedovanza, era trascorso in un baleno, come un tratto di strada compreso tra due interminabili gallerie, erano al riparo da qualsiasi altro fosse subentrato poi, di sentimento, dico. A sopravvivere nel ricordo, erano soprattutto i primi tempi, frutto del miracoloso caso che era avere vent’anni e incontrare il proprio grande amore ed esserne ricambiato, non molto dissimile, se lo si studia a fondo, da quello che regola tutti i grandi eventi, la prima rapidissima espansione dell’universo, la fissione nel nucleo di un atomo. Con Letizia era diverso, il punto culminante di un lungo processo di riabilitazione. Dopo l’ebbrezza, avrei tollerato solo il balsamo, che mi offriva quell’altera donna d’origini calabre, consapevole di avere davanti a sé un uomo con una lunga storia, che, per gran parte, non l’aveva riguardata, ma desideroso di spendere il resto della propria vita con lei.
Lidia e Matteo erano arrivati da neppure dieci minuti, li avevo lasciati in sala da pranzo con Letizia, mentre mi occupavo di ultimare i preparativi della pasta alla Norma (costo previsto: un’iniezione d’insulina). Come in tutte le circostanze importanti, in cui la cucina non era una funzione primaria, volta a soddisfare un semplice bisogno, ma l’esercizio di un talento, avevo spadellato io. Dal corridoio mi raggiunse il suono di un singhiozzo che aprì uno squarcio nell’aria della sera. Tesi le orecchie. Matteo parlava animatamente, di che cosa non capivo. Poteva essere un’invettiva lacrimosa o una collerica recriminazione (capzioso, signor giudice!). Conoscevo fin troppo bene quel tono, così come riconoscevo il suono di Maddalena, la pronuncia fricativa del suo archetto contro le corde della viola (la rotondità e, dappertutto, il silenzio in agguato, che assottigliava le note, le sfrangiava). Se Lidia era sempre stata irruente, a Matteo spettava, invece, il ruolo della vittima che sa mettere a profitto ogni goccia di sangue della piaga inflittagli dal carnefice. Di nuovo il singulto, questa volta ripetuto. Mi resi conto che era una risata, di Lidia, accompagnata dal gorgogliante prillare, che schiumava dall’ugola di Letizia. Quando ritornai in sala da pranzo con la pirofila, andarono avanti come se non si fossero accorti della mia presenza.
«Insomma, adesso dovremmo chiamarti mamma!»
Quella conclusione mi sembrò il colmo; ma ci si abitua in fretta alle buone notizie: posai la pasta a centro tavola, mi sedetti, sorridendo a tutti i presenti con estrema cautela (non dovesse il mio compiacimento essere la causa di una stonatura, che avrebbe smantellato l’armonia), li invitai a servirsi e, poco a poco, m’insinuai nella loro conversazione, adesso alternata ai complimenti alla mia cucina, versavo da bere, rabboccando, al contempo, uno scambio di battute, tra Matteo e Letizia, tra Lidia e Matteo. Al bacio, che si diedero sulla soglia di casa a fine serata, accompagnato, nel caso di Lidia, da un abbraccio vigoroso, come un’esortazione sororale, ebbi la conferma che, per la seconda volta, avevo fatto la scelta giusta.
C’incontrammo al mare, io e Maddalena. La località toscana era quella che alcuni letterati del secolo scorso avevano reso celebre, instillando in noi, giovani degli anni Ottanta, un intermittente senso di déjà-vu. Ci rendeva nostalgici già allora: eravamo come tanti fantasmi autorizzati a tornare sul luogo della nostra giovinezza, ogni figura doppiata dall’ombra del ricordo, o di una citazione smarrita. Maddalena era giovanissima, appena uscita dal liceo, così timida che, a lungo, pensai di averla scoperta io, la sua bellezza. E d’altronde, più che a chi l’incarna per un battito di ciglia, non appartiene a chi la scova e la può ritrovare intorno a sé, riconoscerla come in uno specchio fino all’ultimo dei suoi giorni? Ricordavo la prima volta che avevo avvertito il suo profumo (aspro, pungente, lindo: il profumo della lavanda; un elisir floreale che non generava dipendenza, o così prometteva). Prima d’imparare ad amarlo, ne ero stato, anzi, un po’ respinto. Aveva accentuato l’impressione che, scegliendola, l’avessi ripescata dall’ombra odorosa di un armadio, dov’era stata malauguratamente dimenticata. I primi tempi, la nostra relazione fu mediata, non del tutto a nostro svantaggio, dal telaio delle biciclette, le nostre chaperon: fu un corteggiamento su due ruote. Sfrecciavamo nella pineta, con la luce che filtrava, spettrale come un ammasso di ragnatele, dove le ombrelle degli alberi lasciavano aperta una scommettitura, lassù, nel loro soffitto. Ricordavo la prima volta che, smontato dalla bici, tentai un avvicinamento. Il sentore della sua traspirazione spuntava gli aghi della lavanda, che non solleticavano più le narici, e mi ricordava che il fiore era stato vivo, attraversato dalla linfa, corteggiato dalle api, che noi lo eravamo altrettanto, in uno stato prossimo alla fusione, pronti a saldarci in nuove impensate forme, mia Salmace.
Immagino che, a questo punto, dovrei parlare di sesso, si finisce sempre lì. Non ho mai amato farlo. Il corpo m’imbarazza. Con Letizia era più semplice fingere che il nostro amore si appagasse di casti surrogati: una stretta di mano, un bacio a fior di labbra; ma, da alcuni anni, m’assisteva un ritrovato della farmacopea contemporanea, noto anche a coloro che non l’utilizzano e prescritto in tutte le barzellette sconce, che, intorno a me, cercavo invano di non ascoltare. Me lo passava un amico farmacista, altrimenti avrei dovuto fare una visita medica, dimostrando che avevo ancora energie per il vizio. L’intimità con Letizia, ovviamente, era molto diversa da ciò che avevo conosciuto con Maddalena. Era una questione di profondità (non prendetemi alla lettera, quando si parla di sesso, tutto sberlucicca del brillio sfacciato, incontenibile, di un doppio senso). Galleggiavamo, io e Letizia, in una piscina di piacere, per così dire, di appena un metro, più che altro si stava a mollo, la parte emersa era più di quella che si muoveva sotto il pelo dell’acqua, nessuna fretta, senza accorgercene eravamo di nuovo fuori, ad asciugarci; mentre, con Maddalena, un istante e non si toccava più il fondo, ci inabissavamo a piombo. Per cui, mi sorpresi parecchio del cambiamento che i miei rapporti con Letizia subirono in quel periodo successivo al matrimonio. Da un giorno all’altro avevo smesso di assumere quella pillola. Mi sentivo d’un tratto ingagliardito. Maggiore era il piacere che traevo, e maggiore, a sorpresa, quello che procuravo alla mia seconda moglie. Vertigini, lavanda: in alcuni parossismi ne sentivo il tonico profumo nelle pieghe delle lenzuola.
Più vivevo con Letizia, più i ricordi di Maddalena tornavano vividi, ma non a contrasto, nossignore, piuttosto come i termini di una similitudine, di cui io ero il nesso, la fungibile preposizione. Non so se fu il mio sentimento a cambiare per primo o, in un modo misterioso, cambiò lei, Letizia. I capelli apparivano schiariti dal sole, gli occhi erano diventati cangianti come metallo fuso, avrebbero potuto benissimo essere azzurri al pari di quelli di Maddalena. Finché, un giorno, rincasai, ignorando le scarpe con il tacco nell’ingresso, ero troppo assorto, avrei potuto essere tornato ai tempi della mia vedovanza, e invece no, le portefinestre del balcone erano spalancate sul caos laocontico della nuvolaglia: vidi una donna che il forte vento sembrava sospendere nell’aria, con il suo vestito di lino écru sbandierante. Si sporgeva dal parapetto quasi volesse tuffarsi e, di colpo, fui sicuro che si sarebbe buttata, feci uno scatto, l’afferrai per un braccio, gridai: «Maddalena», un urlo scorticante, come un cerotto strappato. Letizia si voltò verso di me sorridendo, del tutto ignara.
«Ciao amore, non senti che vento meraviglioso?».
Era ormai estate inoltrata e i temporali la sola tregua dall’afa che ci fosse concessa. L’abbracciai, confuso, come se volessi scomparire in quella confusione, dimenticare tutto, diventare l’anonimo amante di un quadro simbolista, ma, dopo un lungo precipitare, mi ritrovai di nuovo lì, in piedi nel salone, davanti alla donna che avevo sposato in seconde nozze.
Maddalena aveva sempre avuto un neo di forma irregolare sotto il seno sinistro. In qualche modo, si poteva dire, la fatalità l’accompagnava dalla nascita, come una ferita già aperta che un giorno l’avrebbe completamente dissanguata, una bomba a orologeria, ma non è così per tutti? Sebbene, nella maggior parte dei casi, la morte non sia tanto didascalica, l’asterisco funesto di una postilla a piè di pagina, visibile a occhio nudo sulla quinta costola. Il melanoma, che spuntò sotto il seno destro di Letizia, invece, non c’era mai stato, ne ero sicuro; ma, a parte la specularità nella posizione del neo (un qualche dio deve divertirsi a introdurre piccole variazioni nei temi sempre uguali del destino), tutto si ripeté con esattezza. Le visite per stare tranquilli, seguite dalle visite per accertamenti, seguite dagli interventi fallimentari, seguiti dalle terapie palliative, con l’ottimismo sbocconcellato un poco alla volta, mano a mano che l’inevitabile di quanto stava accadendo s’imponeva contro ogni probabilità. Nella morte, infine, furono indistinguibili, ma, con l’alterazione percettiva che produceva il lutto, sembravo l’unico a rendermi conto delle coincidenze, non ultima la loro età, quarantunenni entrambe, un’età ingiusta a cui abbandonare la vita.

Anche la tragedia più austera ha risvolti da commedia di costume. Non ero mai stato temperante, perlomeno con il cibo, ma, quando la gravità del male cominciava ad annunciarsi, l’ora in cui tutti, anche i più razionali, avviano oscuri patteggiamenti con il destino, mi ripromisi che non avrei più mangiato dolci fuori orario, in cambio della completa guarigione di Maddalena. Ero solito assentarmi dall’ufficio, a metà mattina o nel pomeriggio, per fare un salto in pasticceria. Compravo zeppole, croissant, pane all’uvetta, bignè al pistacchio, cassatine, frolle, cannoncini, facevo incartare tutto accuratamente così che la commessa non potesse sospettare che l’avrei mangiato da solo, seduta stante. Basta, giurai. Come ho detto però, il corpo è sempre causa d’imbarazzo: cede come una trave marcia sotto un peso improvviso, inaffidabile, tirannico. Ruppi il mio fioretto. A posteriori, mi convinsi che doveva essere accaduto in un momento decisivo in cui gli aghi della bilancia decretarono l’esito della terapia, l’ago della bilancia, dovrei dire, la mia gola. Un giorno di dicembre, inusualmente mite (aria tersa e superfici lustre), entrai nel negozio, come chi cerca riparo dalla tormenta, in fuga da un universo che aveva perso la velenosa dolcezza del saccarosio. Al suo interno, la Fornarina mi salutò come se non fossero quasi due mesi che non ci mettevo più piede. Era la più giovane delle commesse della pasticceria, la Fornarina, l’avevo soprannominata così, perché aveva l’esuberanza delle forme lievitate intorno a lei, il punto di cottura giusto che solo il Rinascimento italiano era riuscito a scoprire. «Sono appena uscita dal forno» mi disse indicando delle grosse crostate (avevo sentito male). Era sempre stato il mio sogno, mangiare una torta da solo. Dopo i primi morsi, superata la razione singola, che il galateo limita a una fetta, all’occasione bissata, avrei sconfinato in un territorio dove non valevano più leggi, scrollandomi di dosso la giusta misura di tutte le ramanzine di tutta una vita. Spostai lo sguardo dai rombi di marmellata alla Fornarina: sulle sue labbra pallide, di un rosa-confetto, una promessa di piaceri ignoti: l’invito a comprare un’intera crostata. Tutta per me. Cinque minuti più tardi ero seduto sulla panchina di un parco, impegnato a trovare la maniera di mangiarla senza posate. Superai di poco la metà, poi, deluso, la buttai. Quella sera, una delle ultime da lei trascorse in casa, Maddalena scoprì una macchia di marmellata sui pantaloni di lana cotta. «Come te la sei procurata?», mi chiese soprappensiero. Non seppi che rispondere, mortificato da quella parodia d’adulterio. Nel caso di Letizia non ci fu bisogno di fioretti, il diabete mi obbligava da anni a tenere a bada l’appetito. Non le sacrificai neppure un granello di zucchero, che non fosse già stato conteggiato dal mio medico.
Peggio del lutto c’era solo il rimorso, peggio del rimorso l’incubo solipsistico in cui ero precipitato. Ogni tanto cercavo la risposta nelle immagini, che mi erano rimaste sul telefono, alcune risalenti alle ultime settimane di malattia di Letizia. Le confrontavo con gli scatti che ritraevano la mia prima moglie, vecchie foto che avevano la lucidità della porcellana, della febbre: Maddalena sola, io e Maddalena insieme, sul finire degli anni Ottanta, due fragilissime figure di vetro soffiato. Inutile dire che la segreta somiglianza, che avevo colto di persona, tra le due donne, era scomparsa. Ogni centimetro quadro di quelle riproduzioni contraddiceva minuziosamente i miei ricordi. Ero spaesato. Tutte le mattine, però, la camera, che si solidificava attorno a me, era la stessa nella quale mi ero addormentato il giorno della morte di mia moglie.
