Quando ho iniziato a occuparmi di letteratura recensivo, sul supplemento del «Manifesto», soprattutto romanzi, poi ero passata alla saggistica per «la Lettura», che spesso mi affidava anche delle pagine tematiche, finché la collaborazione, come spesso accade coi supplementi, non si interruppe senza un motivo, oppure per riduzione della foliazione, avvicendamento, più verosimilmente mi preferirono altri recensori, magari scrittori, più facili da leggere, meno “pesanti” (tutto legittimo, alla fine). Un critico non si occupa di una cosa sola, bensì di tutto quello che accade nel campo letterario. Alcuni si specializzano in un ambito, altri navigano in mare aperto. Da quando collaboro con le scuole di scrittura ho preso a occuparmi sempre di più di poesia, soprattutto a leggerne, perché a scriverne avevo già provveduto, sebbene tardivamente rispetto alla prosa. Facevo parte, quasi vent’anni fa, di collettivi e avevo pubblicato delle plaquette, com’è tipico della nicchia. Dal 2019 al 2021 ho curato la «Bottega della poesia» per il quotidiano «la Repubblica», sobbarcandomi un centinaio di poesie dilettantesche a settimana (un altro poeta – come dargli torto – aveva rifiutato l’incarico, raccomandandomi al giornale quale più che valida alternativa, bontà sua, o non proprio). Ho incontrato molti poeti più o meno canonici, ospiti dei corsi miei o altrui, partecipato a reading, dibattiti, discussioni, dissing.

Quest’ampia premessa serve ad autorizzarmi da sola (almeno in parte) la bomba ad acqua o gavettone che sto per lanciare: i poeti sono mediamente più interessati alla scrittura di quanto non lo siano i narratori. Partendo dai rudimenti, negli ultimi vent’anni chi scrive versi ha rinunciato a tre cose fondamentali per la poesia di tradizione:

Questo contenuto è visibile ai soli iscritti

Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo.

Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.