Non si tratta di raccontare una storia: il punto è dimostrare, da adulti, che ho delle ragioni.
Io e Diana siamo seduti ad aspettare la metro B per andare a lavoro. La scorsa settimana, quando è precipitato tutto, i suoi non c’erano. Quindi ha dovuto aspettare a riempire la prima valigia provvisoria per andarsene di casa, altrimenti sarebbe stata costretta a pagare un albergo che non può permettersi, perché la confidenza per andare a dormirci, dal suo capo, ancora non ce l’ha. Ci scopa e basta, o le è sufficiente la consapevolezza che con un cenno potrebbe farsi scopare – non ho approfondito, mi bastano le sue frecciate. Ma adesso mi trovo a sbirciare la schermata del suo telefono mentre lei controlla i tempi d’attesa. Non si è accorta che ho fatto in tempo a cogliere in sequenza lo scatto di un pene duro sotto una camicia chiara, e a catena un mezzobusto di lei semisdraiata che con la mano libera dal selfie si copre vezzosamente i seni nudi, come per sorreggerli (stanno iniziando a cadere, com’è normale alla sua età se non si fa sport sul serio). A una seconda sbirciata quando già eravamo nel vagone, ho notato dallo sfondo verde antico che il selfie se l’era fatto sul divano, il primo mobile che abbiamo comprato per la nostra casa, quando tre anni fa ci siamo trasferiti qui prima di sposarci. Diana è scesa dopo quattro fermate bofonchiando «ciao», io ho proseguito per il mio ufficio, con le idee orrendamente chiare.
Lo strappo è stato quello, non la posa ammiccante, l’apertura; il nostro divano verde antico, il feticcio di noi due come famiglia. Devo aver fatto molti errori, se siamo arrivati a questo punto. Non discuto. Ma non ho mai rinnegato la promessa che ci eravamo fatti, non ho svilito tutto il mio passato per trovare la forza di andare avanti. L’unico piano che ho avuto per l’intero pomeriggio è stato che, su qualche livello, potevo ancora sfuggire alla vergogna e non perdere su tutta la linea. Non sarei mai in grado di colpirla. E tutti gli schiaffi concreti e metaforici che ho preso negli anni mi hanno insegnato una cosa: le persone per bene non sono quelle che non fanno mai del male (è impossibile: chiunque, solo venendo al mondo, ha almeno sfondato il corpo di una donna), ma quelle che fanno il male con discrezione, senza infierire, spesso senza neanche rendersene conto, e perciò sono non dico migliori, ma appena più innocenti delle altre sì, e nella vita farsi bastare questo è già una vittoria. Avrei potuto arrabbiarmi sul serio, mi giustificherebbero su tutta la linea, con quella foto Diana mi ha maledetto della stessa umiliazione che se avesse mandato al suo capo uno scatto di me senza vestiti. E l’ha fatto apposta, altrimenti so che non avrebbe mai osato aprire la chat davanti a me. Ma è inutile rimuginarci. A me basta puntualizzare al mondo intero che noi due siamo esistiti, che non si deve cancellare il passato – e me con esso – per sentirsi migliori e andare avanti, mi basta affermare il principio, evitando di rovinare tutto. Di foto senza vestiti me ne aveva mandate almeno dieci, con vari tagli e inquadrature; le più fresche risalgono a due anni e mezzo fa, mi ricordo che poi le ha cancellate e corredate da ritrattazioni piene d’imbarazzo perché nel frattempo era arrivata alla conclusione che il sexting è squallido (e ripensarci ora sì, mi fa un po’ male). Se le carico online con un nome finto, dandole un’identità che non possiede (il mio capo, un’amica che ho scopato ieri dopo il bar, mia figlia e mia sorella, più la fantasia è assurda più attira occhi), non potranno risalire alla nostra identità. Vorrei sbatterle in faccia soprattutto questo – che sto continuando a proteggerla persino adesso che simulo una rivincita. Ma mi tengo una soddisfazione incondivisibile per compenso.

Non importa se mi proteggo con una VPN, se uso una SIM francese di dieci anni fa quando ho fatto l’Erasmus a Siviglia. Magari, una volta che tornerà di sfuggita per prendere altri vestiti oltre a quelli dell’ufficio («hai detto che avresti preso una decisione dopo due settimane, è passato quasi un mese …» «… non mi stressare, ok? Fra tutti i problemi che ho. Mi togli il respiro»), ne approfitterò per usare il suo telefono lasciato sul tavolo della cucina mentre lei è in bagno, nell’intervallo in cui si lava riuscirò a risalire ai vecchi file della nostra chat (i suoi codici di sblocco saranno ancora giorno mese e anno di nascita della madre, non saprò se esserne sollevato – come potrebbero risalire a me, con le immagini diffuse dal suo dispositivo? – o ferito – le sono così indifferente ormai da non ispirare nemmeno un pericolo). Quel che importa è che alla fine scelgo le quattro foto, ben distribuite (due figure intere con la faccia in ombra, due da dietro a quattro zampe), e le carico sul portale in meno di due minuti. Se per l’attimo di una finzione provaste a sentirvi traditi per davvero dalla persona che amate, il vostro dito puntato su di me potrebbe smettere di scrollare per un attimo, e capireste che queste foto sono la traccia concreta, anche sporca, non dico di no, di un amore che lei vuole cancellare e io sto rendendo indelebile. Non è per questo che si fanno tutte le foto? Non m’intendo di etica o di diritto, ma a istinto penso che ci sono molti modi per tradire, io ho scelto quello meno immorale. Non si deve vivere nell’idea, così ragionevole e giusta e rispettosa da mettere la nausea, che la vita è solo una questione di stare bene e per stare bene non c’è altro da fare che ascoltarsi, capire quando si è felici con una persona e, se non lo si è più, rimuoverla dal proprio sguardo, allontanarla dal proprio corpo e passare a un’altra persona che ci faccia sentire meglio, e così via in una sequenza ininterrotta di abbandoni e ritrovi per provare ogni volta a rilanciare per stare meglio, fino a che il tempo non si assottiglia e le energie per questo bluff perverso non iniziano a mancare. Io esisto, vi piaccia o no, anche se Diana ora, riscrivendo il passato, non fa che smentirmi, ripetere che è stato tutto un abbaglio. Prima di premere Send sul portale, prima che lei rientri dal bagno e riattacchi con la litania che non ci siamo mai capiti davvero, per istinto vado alla chat col suo capo (non lo ha neanche salvato con un nome finto) e apro la foto del divano. Più la guardo più mi sento vicino a una soglia che, con una leggera pressione del dito, potrei oltrepassare. Quattro foto, o cinque. Cambierebbe molto secondo voi? La mia posizione è chiara.

Qualche giorno dopo guardo i dati d’accesso forniti dal portale su cui ho caricato tutto. Decisamente più visualizzazioni del previsto. Molti commenti («uno sguardo puro» «nome?» «davvero bellissima» «dove vive la cagna?») a cui, per non mandare tutto a rotoli, non rispondo. Nelle chiamate ho una notifica da Diana e un’altra da numero sconosciuto, mentre spulcio sul portale altri video taggati come hidden cam. Il primo ha telecamera fissa altezza divano, meno di mezzo metro di distanza dai soggetti, a naso: due donne, una giovane e una cougar molto bionda, la prima sulla faccia la seconda sul pube di un trentenne male invecchiato con dei brutti tribali di moda vent’anni fa sul fianco destro, che sdraiato su dei cuscini verdognoli artiglia le cosce di una mentre loro si baciano a occhi chiusi. Ce n’è un secondo in cui alcune luci fredde guizzano verso l’alto, poi i contorni tremolanti si fanno nitidi su due ragazze chiuse in un bagno facilmente scavalcabile, inquadratura tagliata in basso dalla linea di una porta, sottofondo reggaeton (a orecchio Despacito) di quella che potrebbe essere una discoteca in Sudamerica, la bionda abbassa i pantaloni all’altra che le tira i capelli all’indietro così forte che a momenti li strappa, biascicano in spagnolo ma i miei ricordi linguistici sono appannati dall’Erasmus e non mi sento portato a interpretare. Il terzo ha un titolo neutro “She wants it bad”, leggo la data 7 luglio 2023 ma anche questo di sicuro è un re-upload di almeno quindici anni prima: l’immagine sgranata, da telefono pre-Iphone, balla un po’ prima di indugiare su un angolo di strada che sembra una discarica (carta e merda, sacchetti sventrati di cibo, una specie di grosso divano senza metà poggiaschiena incastrato fra muro e marciapiede) con sopra una scritta che non leggo bene, una ragazza, pallida e capelli ricci, molto scuri, è appoggiata con la schiena a terra e sbatacchia i piedi con una naturalezza impressionante, non saprei dire quanto è alta ma così pixellata somiglia da morire a Diana, stessa pelle pallida, lunare, le si vede lo stesso seno grosso e un po’ cadente sotto una canotta strappata e la cosa promette bene, ma quando una risata maschile copre il rantolo neutro di presumo un animale, e alcune sagome molto colorate al bordo sinistro dell’inquadratura si agitano, sento un «call help» incongruo e artificiale, vedo che il video va ancora avanti per più del doppio e di botto chiudo la pagina. Poi spengo il telefono.
Qualcuno dentro di me sta sperando che mi diano la caccia e mi facciano a pezzi. Ma l’unica certezza – all’improvviso, un terrore – da cui non posso scappare è quella in cui cercavo salvezza: quello che ho fatto non riesce ad avere conseguenze. Ho fatto del male, ma non so a chi. Se la verità non ricade in alcun modo su chi la pronuncia o la svela, allora nemmeno questa è una confessione.