«Dov’è l’amore?»
«Cos’è l’amore?»
Sono domande che spesso sentiamo fare ai più piccoli, ingenue e decisive. Nel 1979 a metterle in poesia nella città di Gwangju in Corea del Sud è stata anche una bambina di otto anni. Da allora ne sono passati quarantacinque e quella bambina non solo è diventata una scrittrice, ma ha vinto il premio più prestigioso per la letteratura. Han Kang è partita da qui lo scorso dicembre nel suo discorso di accettazione del Nobel, ora pubblicato da Adelphi – l’editore delle sue opere in italiano – in un volumetto della sua “Biblioteca minima” (Nella notte più buia il linguaggio ti chiede di che cosa siamo fatti, trad. it. Lia Iovenitti e Milena Zemira Ciccimarra). Ed è proprio tramite degli interrogativi che Han ha ripercorso l’itinerario della sua scrittura: quali sono le domande alla base dei suoi libri, così intensi e misteriosi, il più lontano possibile da un romanzo a tesi?
In effetti, a sfogliare le opere di Han Kang, ci si accorge che pullulano di domande. «Che faremo se verrà a diluviare?», si chiede Dong-ho, il ragazzo di Atti umani, già alla seconda riga. Davanti alla palestra di Gwangju trasformata in obitorio per le vittime dell’insurrezione, la pioggia non è diversa dall’esercito di Chun Doo-hwan: una forza esterna di cui si è in balia. Una domanda in forma di metafora, quindi, che ne contiene molte altre: come agire in mezzo alla violenza? cosa significa salvarsi? e come farlo? In sostanza, che cos’è un “atto umano”?
Nei libri di Kang, le domande sorgono quando i personaggi non riescono a capire cosa stia accadendo, quando vengono interrogati e non sanno cosa rispondere. Spesso vengono a galla nei loro sogni. «Che cosa ho fatto in quel granaio?», pensa la protagonista della Vegetariana, nell’incubo ricorrente che la porta in una stanza piena di carne sanguinolenta, per accorgersi che quella carne se l’è «ficcata in bocca» sentendola «premere contro le gengive e il palato», come tutta la brutalità che negli anni ha assorbito attraverso il proprio corpo, mangiando il cane che l’aveva morsa, prendendo le botte del padre, sottomettendosi ai desideri del marito. E, in altre pagine, la ragazza che si trova in sogno su una montagna piena di tronchi neri piantati nel terreno, lapidi imbiancate dalla neve che cade e minacciate dalla marea che sale; come può salvare quei resti? «Adesso, subito! Ma come? Senza l’aiuto di nessuno! Senza neppure una pala! Come salvarli tutti?».
Il linguaggio e il sogno, per la scrittrice sudcoreana, non sono né impersonali, né formali, né anonimi: sono invece personali, fisici, individuali – e solo così diventano veramente collettivi e storici
Sogna anche la donna di L’ora di greco piombata nel mutismo, che Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti