Tu pensa un giorno incontrare il sosia di Vasco Rossi su una spiaggia in Puglia e da lì metterti sulle tracce di tutti i sosia di Vasco e poi delle più grandi star internazionali. Raccontarne le storie, andarli a scovare nei paesini sperduti, fotografarli. Supersosia è un progetto di Ray Banhoff (1982) di fotografie e racconti dedicato a chi, nei panni di un altro, trova la propria apoteosi. Nato in forma editoriale come fanzine nel 2024, è diventato una mostra in occasione della quindicesima edizione di Cortona On The Move, con la direzione artistica di Paolo Woods, fino al 2 Novembre. La fotografia crea il simile: un sosia, potremmo dire, del suo soggetto reale. Fotografando i sosia, si crea una concatenazione di somiglianze e di effetti di falsità. In un mondo che ci obbliga a realizzarci in un unico modo, essere sosia di una grande star può però essere una strada più autentica di trovare sé stessi. Almeno, così è per Ray Banhoff, al secolo Gianluca Gliori, autore della newsletter Bengala, sosia di Gesù. Ne abbiamo parlato un po’ al telefono. 

Supersosia (supersonic) nasce in forma editoriale nel 2024 in una fanzine in edizione limitata a cento copie. Ma come è nato e quando, nella tua testa, Supersosia

Quando lavoravo a Milano facevo il fotografo in radio (Virgin, Radio105, Radio Montecarlo) e tutti i giorni fotografavo i big, cantanti internazionali, chiunque. Io ero un operatore, nient’altro: all’epoca si iniziava a usare i social e io non ero nessuno. Li fotografavo e non li vedevo mai più, non avevo veri rapporti con questi personaggi famosi. All’epoca avevo un problema di identità e vivevo sotto alter ego; problema che si è inasprito quando persi il lavoro. In quel periodo non riuscivo a raccapezzarmi, a capire cosa fare, chi essere. Durante la mia disoccupazione ero in Puglia, in un baretto sulla spiaggia, e vidi un tizio alto un metro e cinquanta travestito da Vasco Rossi che cantava in dialetto. Appena iniziò a cantare, due iniziano a limonare, un bimbo a piangere, la gente si emozionò, sembrava un film di Fellini. Anche io ero emozionato. Pensai che fosse tutto bellissimo, anche se quello lì non c’entrava niente con Vasco Rossi. Il giorno dopo ebbi l’istinto di chiamarlo. Andai a casa sua per intervistarlo e fotografarlo, scoprendo che faceva il muratore. Poi, parlando con un mio amico, venne fuori che esistono decine di cover band di Vasco Rossi e così decisi di fotografarle tutte. All’epoca avevo solo i soldi della liquidazione, non lavoravo, e decisi di investire tutto per andare in giro per l’Italia un anno e mezzo a fotografare le cover band di Vasco. Perché questi ci campavano, capito? E io non avevo lavoro e non sapevo chi essere. Questi avevano il tour bus, l’ingegnere del suono, quelli più sfigati facevano i karaoke negli hotel, ma molti avevano i fan, erano famosi. Feci un libro, Vasco Dentro, ma a quel punto volli fare qualcosa di più riconoscibile e meno locale. Volevo trovare gli italiani più rappresentativi dei personaggi internazionali. Trovai Freddie Mercury a un servizio di Le Iene, che aveva evaso un milione di euro al fisco, Pavarotti che fa l’apicoltore, Liz Taylor che fa i casting dei sosia, Elvis che lavora in comune vicino a Taranto, ed erano tutti bellissimi. Così è nato questo spin-off dedicato ai sosia, totalmente autoprodotto perché non volevo lavorare con un editore. Ho collaborato con Paolo Proserpio, volevo fare una cosa piccola ma perfetta, ed è così che è nata la fanzine. Sono dei piccolissimi racconti, un po’ ironici, con le immagini che ho scattato a queste persone. Io volevo trarre ispirazione da loro, avevo l’ego sotto i piedi e mi sentivo un fallito e intanto incontravo queste persone che se ne sbattevano di vivere in un paesino in provincia, si vestivano come Freddie, si atteggiavano come lui e ci credevano. Erano sé stessi. Vedevo finalmente una via d’uscita dalla narrazione dell’autorealizzazione che alla fine omologa tutti; lì vedevo quelli che potevano essere i matti del paese essere in realtà gente realizzata, dei fighi.

Io nel tuo lavoro ho visto una ripresa di alcuni temi che hanno plasmato un po’ il Novecento, dal perturbante al doppio, alle ambiguità dell’Io.

Una volta incontrai Alejandro Jodorowsky e mi chiese di fronte a tutti chi volessi essere. Io risposi di voler essere un grande fotografo. E lui fece: “Ma tu sei già un grande fotografo.” Questo non è vero, non sono un grande fotografo, ma è una cosa che mi fece capire che potevo anche smettere di essere Ray Banhoff, questo pseudonimo che mi sono inventato per non essere Gianluca Gliori, un nerd che non sa giocare a pallone e che non ha fatto i soldi. Ero scappato dalla provincia ed ero

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