È vertiginoso pensare a quanta parte abbia avuto il puro caso nel plasmare quella che definiamo la nostra tradizione culturale. Prendiamo Aristotele: se nel I secolo a.C. un mercante, tale Apellicone di Teo, non avesse comprato la collezione dei suoi appunti, sottraendoli all’umidità di una cantina nell’odierna Turchia, dove giacevano dimenticati, quei rotoli di papiro sarebbero certamente andati distrutti e l’intera storia mondiale avrebbe preso un’altra strada. La Scolastica avrebbe avuto altre forme; Dante non avrebbe scritto la Commedia come la conosciamo; forse Galileo non sarebbe stato costretto all’abiura nel 1633. E se, per converso, proviamo a immaginare tutti quei capolavori antichi che abbiamo perso per incuria, incendi o per semplice bigotteria, a tutte quelle opere che avrebbero potuto cambiare per sempre il panorama mentale occidentale, allora capiamo come quelli che chiamiamo “classici”, anzi, come la nostra stessa identità, che ci sembra imprescindibile e necessaria, sia in realtà il frutto della contingenza più sfrenata.
Di queste vertigini parla Avventure e disavventure dei classici, un bel saggio di Tommaso Braccini, professore di filologia all’Università di Siena, pubblicato nel 2024 da Carocci. Il libro racconta, molto piacevolmente, decine di storie poco conosciute, che ben descrivono le assurde peripezie che hanno dovuto attraversare certi testi per arrivare intatti sugli scaffali delle nostre biblioteche. Ne abbiamo parlato con Braccini, autore di altri interessanti saggi, fra i quali citiamo Il romanzo di Costantinopoli. Guida letteraria alla Roma d’Oriente, scritto con Silvia Ronchey (Einaudi, 2016), Lupus in fabula. Fiabe, leggende e barzellette in Grecia e a Roma (Carocci, 2018), e il recentissimo Fenice. Mito, rinascita e metamorfosi (Marsilio, 2025).
I.G.: Il suo è un saggio curioso, che tratta di un tema poco esplorato ma capitale per la nostra storia culturale. Cosa l’ha convinta a scrivere questo libro?
T.B.: Quasi tutte le storie raccolte nel libro le ho sperimentate a lezione, raccontandole ai miei studenti. Ho potuto così capire quali piacevano e quali funzionavano meno. Ma la storia che ha fatto scaturire tutto, quella che suscita più curiosità quando la racconto, è la vicenda dell’unico manoscritto superstite dell’Inno omerico a Demetra. Un manoscritto che a un certo punto, misconosciuto, finisce tra i bagagli di un ecclesiastico greco che da Costantinopoli parte a insegnare greco in Russia, e lì muore. I suoi libri, fra cui questo preziosissimo manoscritto, passano attraverso varie mani, per finire poi a un buzzurro, di cui ci è rimasto il nome, un tale Kartačev, che, non sapendo che farsene, li parcheggia nel suo pollaio. O, per usare le parole del filologo tedesco Matthaei, che li ritroverà alla fine del Settecento, “inter pullos et porcos”. L’idea che questo codice preziosissimo, che ci ha tramandato una versione antica e molto bella del mito di Persefone, sia rimasto per decenni dimenticato, alla mercé dei polli e dei maiali, e che sarebbe bastato un niente per perderlo per sempre, mi ha sempre colpito tantissimo.
I.G.: Nel suo libro scrive: «Che ci sia arrivato il meglio della letteratura greca e latina è un pensiero auto-consolatorio, ma in molti casi non risponde al vero». Un classico è dunque semplicemente un libro che è sopravvissuto per caso?
T.B.: Sì, qualche volta è così. In varie circostanze Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti