Cent’anni fa, il 24 ottobre del 1925, a Oneglia nasceva Luciano Berio, probabilmente il compositore italiano più influente del Novecento. Avviato alla musica dal nonno Adolfo e dal padre Ernesto, entrambi compositori, si trasferì a Milano dopo la guerra, ventenne, per frequentare il Conservatorio con Paribeni e Ghedini per la composizione e Giulini e Votto per la direzione d’orchestra.
Già dai primi anni Cinquanta fu evidente il suo tipo di approccio al mestiere: si interessava a ogni espressione musicale e alla sperimentazione, cercava collaborazioni con altri musicisti e altri mondi, in particolare la linguistica e la letteratura, guardava al nuovo e allo stesso tempo sentiva forte il legame con la tradizione. Tempo dopo, in occasione delle sue lezioni americane a Harvard (1993-94), avrebbe detto che non intendeva occuparsi di musica come “rassicurante mercanzia emotiva” per l’ascoltatore o “rassicurante bagaglio procedurale” per il compositore, piuttosto amava leggere o ascoltare «la musica che si interroga, ci interroga e ci invita a una costruttiva revisione o, addirittura, a una sospensione del nostro rapporto col passato e a una sua riscoperta sulle tracce di percorsi futuri».
Lo spirito internazionale lo abbracciò da subito, da quando nel 1951 andò al Tanglewood Music Center, il polo estivo della Boston Symphony Orchestra, per studiare con Dallapiccola e scoprire realtà come la musica elettronica; poi negli anni successivi fu a Darmstadt, dove si incontravano i giovani delle avanguardie radicali tra cui i vari Boulez, Stockhausen, Ligeti, Kagel, Cage. Centrali per lui in quegli anni furono le figure di Cathy Berberian, voce stupefacente che passava con disinvoltura da Monteverdi ai Beatles, sua moglie dal 1950 al 1964 e musa ispiratrice di brani decisivi come Thema. Omaggio a Joyce (1958) e Visage (1961), e Bruno Maderna, con cui nel 1954 fondò nella sede Rai di Milano uno dei primi studi di musica elettronica al mondo, da cui sarebbero passati grandi nomi dell’epoca, perché allo Studio di Fonologia c’erano maggiori possibilità tecniche e creative rispetto ai corrispettivi centri di Parigi e Colonia, centrati l’uno sulla sola musica concreta, derivata da registrazioni, e l’altro sull’elettronica pura, mentre a Milano i due orientamenti si combinavano e a disposizione c’erano ben nove oscillatori.
Berio ha sempre amato la musica popolare, nella sua opera se ne trovano spesso tracce
Nel 1956 Berio fondò la rivista sulla nuova musica «Incontri Musicali» e coinvolse personaggi come Pousseur, Leydi, Eco, D’Amico, Boulez. Nel 1958 iniziò la serie delle quattordici Sequenze, brani dedicati a singoli strumenti indagando le potenzialità sonore di ciascuno, con tecniche non convenzionali e preziosi contributi di esecutori d’eccezione quali Gazzelloni, Berberian, Holliger, Gallois, Scodanibbio.
Nel 1960 era compositore in residenza a Tanglewood, nel 1962 insegnava al Mills College in California invitato da Milhaud e dal 1965 era alla Juilliard School di New York, dove fondò il noto Juilliard Ensemble, dedicato alla musica contemporanea. Di quegli anni sono le Folk songs (1964), rivisitazioni di canzoni popolari, ritrovate su vecchi dischi o segnalate da amici, di diverse tradizioni, dagli Stati Uniti all’Armenia, la Sicilia, la Sardegna, la Francia, l’Azerbaigian. Berio ha sempre amato la musica popolare, nella sua opera se ne trovano spesso tracce.
Altra pietra miliare della sua produzione è Sinfonia (1968), per orchestra e otto voci amplificate, su commissione della New York Philharmonic Orchestra e dedicata a Bernstein. Il titolo classico allude in verità all’idea di mettere insieme più suoni, come a dare vita al sogno di far convivere moltitudini di dimensioni e tradizioni. Vengono combinati testi di Lévi-Strauss e Beckett, indicazioni tratte da partiture mahleriane, espressioni come “O Martin Luther King” insieme a una ricca schiera di citazioni musicali da Debussy, Ravel, Mahler, Stravinsky, Schönberg, Webern, Brahms, Pousseur, Boulez e lo stesso Berio. Non di rado Berio riutilizzava stessi elementi per brani diversi, attratto dall’opportunità di esplorarne varie possibili germinazioni.
Ha riscritto brani di repertorio di autori come Monteverdi, Bach, Boccherini, Mozart, Brahms, i Beatles, ha completato il finale della Turandot di Puccini, con risultato assai diverso da Franco Alfano, ed è significativa l’operazione, simile a quella di un buon restauro architettonico rispettoso dei frammenti storici e innovativo nelle parti aggiunte, che ha compiuto in Rendering (1990) a partire dall’Incompiuta di Schubert, orchestrando gli schizzi originari alla maniera di Schubert e colmando le lacune con un “cemento musicale” liberamente ispirato a stilemi schubertiani, ogni volta preceduto da una sospensione pianissimo altrettanto schubertiana.
Nella ricerca continua intorno a possibili intrecci tra linguaggio e musica, nell’opera di Berio ha rivestito un’importanza particolare il lavoro sul teatro musicale
La musica richiede per sua natura continue reinterpretazioni, anche solo per prendere vita da una partitura, oltre che per adattamenti a compagini diverse o strumenti mutati nel corso dei secoli. Si ricordi che nell’epoca classica era del tutto naturale eseguire una stessa sinfonia, generalmente di fresca composizione, a Londra con cinquanta violini e a Dresda con dodici. Questioni del genere sono illustrate splendidamente da Berio, con una folta serie di casi concreti che spaziano dal barocco al rock, nel programma televisivo C’è musica e musica, andato in onda sulla Rai nel 1972, di cui è caldamente consigliata la visione ancora oggi.
Nella ricerca continua intorno a possibili intrecci tra linguaggio e musica, nell’opera di Berio ha rivestito un’importanza particolare il lavoro sul teatro musicale, sempre coltivato con collaborazioni speciali, a fianco di personaggi come Italo Calvino (Allez-Hop, 1952-1959, La vera storia, 1977-79 e Un re in ascolto, 1979-83), Edoardo Sanguineti (Passaggio,1962, opera aperta in cui i cantanti venivano distribuiti tra il pubblico, e Laborintus II, 1965), Dario Del Corno (Outis, 1992-96) e Talia Pecker Berio (Cronaca del Luogo, 1997-99), sposata nel 1977, fondatrice e attualmente presidente onorario del Centro Studio Luciano Berio. Sarebbe più corretto definirle “azioni musicali” che “opere”, non essendoci soggetti veri e propri o storie da raccontare ma drammaturgie generate dalla musica per lo spazio scenico.
Per Cronaca del Luogo, presentata nel 1999 al festival di Salisburgo nella Felsenreitschule, Berio aveva colto la particolarità del luogo prevedendo che il coro e i musicisti fossero distribuiti verticalmente, tra i palchi ricavati nella roccia dai quali un tempo si assisteva alle esibizioni dei cavalli in piazza, però “Luogo” era anche, dalla tradizione ebraica, un modo per nominare Dio. Queste come altre scelte musicali analoghe erano possibili grazie a un uso accorto della tecnologia informatica applicata alla musica, che Berio ha sempre investigato a fondo, in particolare negli anni Settanta, quando Boulez gli affidò la direzione del dipartimento di elettroacustica dell’Ircam, Istituto di ricerca e coordinazione acustica/musica di Parigi, e poi dal 1987 a Firenze, dove a sua volta Berio fondò il centro dedicato alle nuove tecnologie Tempo Reale.
Il Berio istituzionale è stato poi presidente e sovrintendente dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia a Roma ed è con lui che nel 2002 si è inaugurato l’Auditorium Parco della Musica. Dal 2003 riposa a Radincondoli, nei pressi di Siena. Tra gli innumerevoli insegnamenti che ha lasciato mi piace soprattutto ricordare quanto diceva a Harvard ed estenderlo a principio generale per aiutarci a riconoscere la musica contemporanea migliore, quella autentica, capace di suscitare interrogativi e rigenerare di volta in volta l’ascolto.