I due, un Lui e una Lei, al tavolo della colazione. Fuori c’è il sole, la finestra della cucina è aperta e fa corrente con la finestra aperta nella stanza da letto. I due si sorridono. È mattina, ma ci sono già trenta gradi. Anche se è maggio.
«Hai dormito bene?» dice Lui.
«Sì» dice Lei. «Tu?».
Lui annuisce. «Faceva un po’ caldo» dice, poi rovescia lo yogurt bianco sui cereali.
«Stai ovulando?».
Lei: «Sì. Era bagnata?».
Lui: «Sì. Era bella».
Lei sorride. «Era bella?».
«Era molto bella» dice Lui, sorridendo; versa il caffè.
Lei: «Ho sognato che ti tradivo».
Pausa. – E un silenzio di caffettiera a mezz’aria in cui Lui alza le sopracciglia e poi sorride. «Ah sì?» dice. «E con chi, di grazia?».
«Non lo so. Non lo conoscevo». Poi Lei guarda nel suo piatto nero – Lui e Lei hanno i piatti neri, non bianchi – guarda nel suo piatto nero le due fette di pane con la marmellata.
Lui dice: «Non si sognano mai dei perfetti sconosciuti, sai?».
«Cioè?» dice Lei.
«Cioè il cervello non può proprio. Non riesce a creare dal nulla delle persone che non ha mai visto. Magari aveva la faccia di un passante che hai incrociato per strada e il cervello l’ha registrato, anche se tu non ti ricordi».
«Sul serio?» dice Lei.
«Credo di sì. L’ho letto da qualche parte, mi pare».
«Comunque non so chi fosse».
Lui fa di sì con la testa, in silenzio, prende una cucchiaiata di yogurt coi cereali e l’aria calda entra a flutti dalla finestra, insieme alle grida dei bambini. È domenica, il sole rovente di maggio se ne sta fermo in un angolo di cielo, acquattato fra i palazzi, come un gigantesco predatore in bella vista. Lei è in canottiera e mutande, Lui a petto nudo e pantaloncini, entrambi sono belli, giovani; Lui contina a sorriderle.
«Be’?» dice Lui dopo un po’ di questo caldo. «Racconta».
Lei dà un morso a una delle sue fette di pane e poi, con la concentrazione o con la serietà di chi si sforza di non scordare, dice: «Eravamo in un paesino. Credo di montagna. Anzi, in collina. Un paesino in collina sotto le montagne. Molto vicino alle montagne».
«Un borgo?» dice Lui, ridendo senza alcun motivo.
«Non proprio» dice Lei. «Più o meno. In ogni caso avevamo un sacco di amici. Avevamo un gruppo. Tutti quelli della nostra età in quel paesino erano amici nostri, praticamente. Vivevamo lì e avevamo una specie di compagnia».
«Mmh» dice Lui, bevendo un sorso di caffè.
«Però secondo me erano tutti sconosciuti. È come quando sogni una folla o un sacco di persone e sai solo che le conosci oppure che non le conosci. Non ricordo i volti di nessuno. Però secondo me erano tutti sconosciuti. Nella vita vera, intendo. Capito?».
«Capito» dice Lui.
«Comunque, eravamo tutti in questo paesino per lavoro o per studiare. Forse per degli esami. Tu però lavoravi» dice Lei. «Questo me lo ricordo bene».
«Fantastico» dice Lui. «Lavoro anche nei sogni. Fantastico».
Ma Lei non gli dà retta e continua come se Lui non avesse nemmeno aperto bocca, e le sue sopracciglia, le sue belle sopracciglia da lupo, lunghe e nere, iniziano a impolverarsi di goccioline di sudore mentre parla.
«La sera ci ritrovavamo in un bar» dice. «Sempre lo stesso, in cima a una salita. Era tutto buio e la strada saliva su per le colline e in cima alla salita c’era questo bar di legno, illuminato con delle luci calde. Bellissimo. Però sembrava più vecchio della strada. Cioè, sembrava che il bar l’avessero costruito prima della strada. Capito? La strada era nuova, e portava al bar, ma il bar probabilmente era più vecchio perché stava un po’ più in basso. Davanti alla porta del bar c’era uno spiazzo, una specie di cortile, ribassato rispetto al livello della strada. Capito come?».
«Tipo una conca?».
«Esatto. Una specie di conca di cemento più bassa della strada, che era nuova, e poi c’era il bar, che era più vecchio».
«Chiaro» dice Lui. «E che cosa succedeva nel bar?».
«Non so. Nel bar non so. Non ci entravo. Ma il punto è che stavamo in questo paesino, tu lavoravi e io dovevo studiare o fare degli esami…». Si interrompe, alza gli occhi. Poi riprende: «Sì, forse erano degli esami. Mi ricordo una sala d’aspetto come quella dei dottori. E degli aghi, anche. O forse era una biblioteca. Non lo so… Fatto sta che io passavo tutta la giornata con uno di questi amici nostri, uno dei tanti, in un posto del genere. Lo conoscevi anche tu, lui. Era uno belloccio. Non tanto sveglio, però. Cioè, non era uno brillante come te».
Come no, pensa Lui.
«Uno belloccio» dice Lei, di nuovo. «Uno simpatico. Buono, anche. Cioè, era una persona buona, è questo che voglio dire. Ma non era quello che si definisce un fulmine di guerra, capito che intendo?».
Lui non risponde. Quindi io sono brutto, pensa, e sposta la tazzina di caffè sul tavolo, con un dito solo, in avanti. Fuori si sentono le macchine in movimento, l’odore dell’asfalto liquefatto, l’odore lievemente ottenebrante del petrolio, che sale fino alla loro finestra. Lui si accende una sigaretta, fa un tiro e dice: «Capito». E mentre sbuffa il fumo verso l’alto cerca di continuare a sorridere.

«Fatto sta» dice Lei, «che io e questo amico nostro passavamo tutta la giornata insieme a studiare, credo, e che poi la sera andavamo verso il bar. Tu eri già lì con tutti gli altri e anche noi stavamo arrivando. Solo che sulla strada per il bar, sulla strada buia in salita – faceva fresco, c’erano le stelle e le montagne intorno erano come tanti animali che ci guardavano incuriositi, quasi con benevolenza, non so, c’era questa atmosfera strana, di complicità, direi – insomma, io e questo ragazzo stavamo salendo su per la strada nuova, verso il bar, e stavamo parlando, scherzando su qualcosa, quando a un certo punto a me prendeva una cosa strana, una cosa fisica, non ti so spiegare. Una sensazione fisica fortissima, che non riuscivo a controllare. E sapevo che era sbagliato e che io e te stavamo bene e che ti amavo. Però alla fine ero io che lo baciavo». Lei si zittisce un momento. Guarda Lui che sta fumando, seduto a gambe incrociate sulla sedia, e che ormai da un po’ ha questo sorriso fisso sul volto che adesso però inizia a sciogliersi ed è come una torta che si squaglia, tenuta su con degli stuzzicadenti inutili, e fa un effetto strano, quasi macabro. Poi Lei guarda il suo pane e marmellata nel piatto, le due fette di pane grosse, rosse di marmellata, a cui ha dato appena qualche morso. Poi guarda di nuovo Lui, e Lui dice: «Okay. Bene. E poi?».
«Poi il ragazzo entrava nel bar» dice Lei, «e io rimanevo fuori, e mi sentivo malissimo. Una merda, davvero. Una persona orribile. E non sapevo che cosa fare, capito? Non sapevo se dirtelo, se darti questo dispiacere enorme e rischiare che ti arrabbiassi e mi mollassi o se tenermi per me questa cosa e cercare di gestirla da sola ed evitare di incasinare tutto. Poi però pensavo che io avrei voluto saperlo, che se fosse successo a me, intendo, avrei voluto che l’altra persona venisse a dirmelo. E poi anche perché sapevo che era giusto e che dovevo affrontare le conseguenze».
«Mmh» dice Lui, annuendo in modo esagerato, adesso.
«Poi entravo nel bar anch’io… In effetti ci sono entrata. E non mi ricordo se te lo dicevo lì, prendendoti in disparte, o se te lo dicevo dopo, appena uscivamo per tornarcene a casa. Però te lo dicevo subito. Cioè, nella mia testa te lo dicevo subito, senza lasciare passare altro tempo, appena potevo. Non so se tu… Cioè, è logico che avresti capito qualcosa, credo, anche solo guardandomi. O guardando l’altro ragazzo. Però non so come sono andate le cose».
Come sono andate le cose, pensa Lui. Curiosa formulazione sintattica. Poi nei suoi pensieri aggiunge anche un punto interrogativo, alla fine: come sono andate le cose?E mentre lo pensa si scorda di sorridere.
Lei dice: «Mi ricordo che eravamo tutti seduti intorno un tavolo grande, e che l’altro ragazzo, quello belloccio, stava dal lato opposto al tuo e non ti guardava o faceva di tutto per non guardarti, e tu stavi parlando con qualcun altro ed era tutto tranquillo, mi pare. Nel cortiletto esterno, nella conca di cemento, c’era anche un biliardo. E un edificio abbandonato, un po’ più in là, con dei soffitti altissimi in cui noi entravamo tranquillamente, non so a fare cosa. Ma questo forse non c’entra…».
«No, forse questo non c’entra» dice Lui, ma lo dice con un tono aspro di cui si pente perché subito alza una mano – ma poco – la mano che è sul tavolo e che tiene la sigaretta, la alza leggermente e Lei, per un momento, lo guarda in silenzio. L’aria da forno spalancato infila la finestra come un proiettile, e li trapassa, uscendo dall’altra parte, dall’altro lato, dall’altra finestra, quella nella stanza da letto, senza dar loro alcun sollievo. Poi Lei riprende a parlare. Ha il labbro superiore lucido di sudore.
«Insomma, ti dicevo subito questa cosa, appena potevo, appena ne avevo il tempo. Eravamo fuori dal bar, per strada, era buio e le montagne intorno all’improvviso mi mettevano una paura. Prima non era così, ma in quel momento sì. Era come se da un momento all’altro le montagne potessero ripiegarsi all’indietro come fogli di carta e appiattirsi fino a sparire, rivelando una pianura infinita, una specie di steppa senza confini e io sentivo che se fosse successo allora un fulmine sarebbe sceso dal cielo – non ridere – e mi avrebbe spaccato in due». Lei ha gli occhi bassi, mentre lo dice, e si tortura una pellicina del piede. Anche Lei del resto sta seduta a gambe incrociate sulla sedia. È una loro abitudine.
«Wow» dice Lui. «Okay. E io che facevo?».
Lei guarda il suo pane e marmellata nel piatto, le due fette di pane immobili e rosse. Sembrano delle barchette, due scialuppe alla deriva, pensa Lei, ma immobili, due barchette immobili in mezzo a un mare nero. Poi dice: «Tu ti infuriavi. Urlavi e mi cacciavi via. E io piangevo disperata, e provavo a spiegarti quella sensazione così fisica e incontrollabile che avevo provato, e mi sembrava che più cercavo di spiegartela più tu ti arrabbiavi, e mi sembrava da pazzi, anche se lo capivo. Io volevo spiegarti una cosa che mi era successa, spiegarti come era stato ma tu probabilmente prendevi tutte le mie spiegazioni accurate, o che cercavano di essere il più accurate possibili, come pugnalate. Lo capisco, credo, e anche nel sogno lo capivo, ma mi sembrava anche che se fossi riuscita a farti sentire esattamente come mi ero sentita io, allora avresti capito e ti saresti calmato come, non so… come il vento che cala all’improvviso».

Lui se ne sta zitto un momento; ci pensa su. Come il vento che cala all’improvviso, riflette. Cristo santo. Poi dice: «Be’» – ma ora non sorridere più. Dice: «Be’. Capisco. Credo che abbia senso».
Lei si stringe nelle spalle e con due dita muove una delle due scialuppe, la fa avanzare un po’ nel mare nero.
«E poi che è successo?» dice Lui. Che è successo?, pensa – che cretino!
«Nulla, mi mollavi lì fuori e rientravi nel bar con gli altri».
«Oh» dice Lui, quasi deluso. Spegne la sigaretta nella tazzina di caffè ma poi, con un tono di voce un po’ più acuto, come un bambino che ha fatto qualche disastro e domandi che cosa lo aspetta, o come un penitente che mugoli di paura e piacere davanti al supplizio imminente, dice: «E poi?».
«Poi io rimanevo fuori, seduta sul marciapiede, e piangevo. Faceva sempre più buio ma non credo che stessi pensando a quello che stavi facendo tu, intanto, nel bar. È strano, no? Adesso che lo dico mi pare la cosa più ovvia. Non lo so… Che cosa avresti potuto fare a quell’altro, là dentro, no? Però non ci pensavo. Pensavo a quello che avevo fatto io, invece, e non riuscivo a spiegarmi perché l’avevo fatto ma riuscivo a capire benissimo, anzi, a sentirla – anche se adesso non ci riesco più – quella sensazione così forte, fisica, che cercavo di spiegarti. Quella la capivo alla perfezione o almeno mi sembrava di capirla, quindi andavo in confusione. E poi di colpo pensavo a tre cose. Non ero molto lucida, suppongo, ma so che all’improvviso pensavo a tre cose molto precise. Pensavo che tutto il casino era successo perché io avevo questo desiderio, un desiderio un po’ vago, credo, di provare una cosa nuova, e c’era capitato di mezzo quel tipo, quell’amico nostro, completamente a caso, ma la verità è che tutta la faccenda non lo riguardava nemmeno da lontano. C’entrava solo la mia volontà di provare una cosa nuova, capito?, e avevo finito per proiettarla su di lui, vai a capire perché, solo perché lui era lì, immagino. Questa è la prima cosa. La seconda cosa – ma veramente non so in che ordine le pensavo, credo contemporaneamente, in effetti, tutte in un colpo – la seconda cosa era più che altro un dubbio, e cioè che se continuavo a pensare che quell’altro ragazzo non c’entrava niente, che era soltanto un tipo belloccio, un tipo un po’ tonto, allora forse, forse, proprio per questo voleva dire che c’era dell’altro, no?, che c’era sotto qualcosa di più, o di più serio, come un coinvolgimento maggiore. Oppure – la terza cosa – potevano esserci dei problemi tra di noi, dei problemi che non stavo considerando e allora tutto il casino era successo in quel momento e in quel modo ma sarebbe potuto succedere benissimo in qualsiasi altro momento e in qualsiasi altro modo, perché il vero problema eravamo io e te. E questa, credo, era la cosa peggiore». Lei fa una pausa. Sovrappensiero, come se ormai non stesse più parlando con Lui, dà un grosso morso a una delle fette di pane, un morso che a Lui, chissà perché, sembra osceno e brutale. Lui sta zitto mentre la guarda masticare. Non pensa a niente. Ma è strano, si dice un attimo dopo, non pensare a niente. Ed è a quel punto che la paura gli crolla addosso come un orso. Un brivido lo scuote sulla sedia – un velo di sudore gli si è addensato sulla nuca e l’aria calda, sfiorandolo, ha fatto come il bacio di un morto – così Lui è costretto a muoversi un po’ e a cambiare posizione, a sciogliere le gambe, a posare i piedi a terra, sotto il tavolo, i piedi nudi sul pavimento piastrellato che è soltanto un po’ più fresco rispetto alla sedia, e allora sente un sollievo, una qualche strana forma di sollievo immediato, un sollievo prettamente fisico che lo attraversa e gli risale dai piedi e dalle caviglie e dai polpacci e…
«Poi» dice Lei, fissandolo, «poi subito dopo pensavo che tutte e tre queste cose erano la stessa cosa».
Pausa.
E un grande chiasso, allora. Un grande chiasso che è un silenzio fra i due in cui una moto infernale, taurina, sfreccia sotto casa loro rombando come un terremoto, e non si può parlare.
Poi Lei dice, ancora fissandolo: «Anche questo è strano. Non ti pare?».
«Che cosa?» riesce a dire Lui.
«Le tre cose» dice Lei. «Che alla fine erano una cosa sola. Non lo trovi strano?».
Ma Lui non risponde. Tira un respiro profondo – non le sbuffa in faccia – e involontariamente, o forse per eludere i suoi occhi che lo stanno osservando come se fosse un esperimento da laboratoio, come se Lui fosse qualcosa di inerte e senza sangue nelle vene, si volta un po’ dell’altra parte, verso la finestra, e là sotto, sulla strada – sono solo al secondo piano – vede un grosso corvo nero appollaiato sullo stop, che si affila il becco sul cartello.
«Non trovi?».