Questo articolo è la rielaborazione di un intervento presentato al convegno ”Dove loro non sono: forme e immaginario del lutto nella Letteratura italiana contemporanea”, tenutosi il 4-5 aprile 2025 all’Università “F. Palacky” di Olomouc (Repubblica Ceca).

«I am only thirty/And like the cat I have nine times to die/[…] Dying is an art, like everything else/ I do it exceptionally well»: sono i versi, notissimi, di Lady Lazarus, poesia che Sylvia Plath scrisse tra il 23 e il 29 ottobre del 1962, un anno prima di «sdraiarsi con la testa nel forno, la guancia appoggiata a un tovagliolo ripiegato, e aprire il gas» (così Anna Ravano nella Cronologia del “Meridiano”). Il tovagliolo ripiegato è uno di quei dettagli del set suicidario che Fabrizio Coscia in un libro recente ha indicato come marche di “imperfezione”: estreme premure, se non momenti di resistente vitalità o tregua dalla lotta con la vita, di cura di sé che cozzerebbe col proposito finale, inevitabilmente violento: «fece me contra me ingiusto», come il Pier delle Vigne dantesco, al quale toccava la sorte peggiore tra le anime del primo regno, mutarsi in pianta anzi in ibrido. Roberto Cavasola, psicoanalista lacaniano, ha offerto del canto, e di questo momento in particolare, una lettura piuttosto suggestiva nel suo Bipolare? La melanconia, la mania, il suicidio e Lacan (Quodlibet, 2020), sottolineando i tre aspetti decisivi del colloquio tra Dante e l’umano-vegetale: l’indegnità morale conseguente al gesto estremo, la reificazione, la ritrovata funzione di «parlessere», con riferimento al concetto di Seminario XXIII (libro sul Sintomo). Il suicidio di Pier in Dante aveva una ragione politica, muovendo da una rivendicazione d’onore («L’animo mio, per disdegnoso gusto/credendo col morir fuggir disdegno/ingiusto fece me contra me giusto», vv. 70-72), col risvolto giuridico del diritto o meno a togliersi la vita, magari a partire dall’Etica Nicomachea aristotelica. Quello che interessa la psicoanalisi è il suicidio in soggetti che non sarebbero legittimati da condizioni esterne, come il protagonista di Autopsia di una mente suicida di Edwin Schneidman (2006), uno dei fondatori della cosiddetta “suicidologia”. La natura enigmatica consustanziale al suicidio non andrebbe in ogni caso a riguardare, sempre per Cavasola, unicamente il soggetto ma anche i superstiti, se così vogliamo definirli, per i quali il suicidio diventa “segno del reale” (che in quanto reale lacaniano è sempre inafferrabile e inassimilabile). Dalla riflessione psicanalitica un altro paio di concetti ci possono tornare utili in letteratura: il primo viene da Améry, per il quale il suicidio sarebbe effetto di quella libertà di disporre del proprio corpo da anteporre «a qualunque argomentazione filosofica, religiosa o psichiatrica». L’idea di Cavasola è viceversa opposta e possiamo ritenerla, come vedremo, simile all’idea di suicidio in Foster Wallace (se non di Foster Wallace), guardando ai dati della clinica psicoanalitica: «non si è affatto liberi di disporre del corpo a proprio piacimento. Semmai il corpo diventa il luogo della sofferenza: ci si libera del corpo per liberarsi di una sofferenza intollerabile». Il suicidio si presenterebbe inoltre come una forma di “alienazione” e “separazione”, donde la valenza di “fantasma inconscio”: completare l’Altro come oggetto del suo desiderio e della sua mancanza e sentirsi al contempo un «oggetto da buttare via», dal momento che «l’Altro vuole la mia perdita, vuole che io sparisca» (idea che troviamo in abyme nel più famoso monologo di Sarak Kane). 

L’altro riferimento obbligato, dopo Dante, nella nostra tradizione letteraria è il Dialogo di Plotino e di Porfirio leopardiano, che presenta la «mala intenzione» di Porfirio non come portato di qualche sciagura, bensì del «fastidio della vita» e del «tedio» connessi non solo al «conoscere», ma al «vedere, gustare, toccare la vanità di ogni cosa che mi occorre nella giornata». E se la natura ci ha dotati di quello che oggi chiamiamo, via Freud, istinto di autoconservazione, è altrettanto vero che è la stessa natura ad averci provvisti dell’odio per l’infelicità: «come dunque può esser contrario alla natura, che io fugga la infelicità in quel solo modo che hanno gli uomini di fuggirla?». Ammesso e non concesso che darsi la morte di propria mano possa dirsi lecito, occorre in ogni caso verificare se sia utile, controbatte Plotino. Il quale riconosce che il patimento sia nella vita di ciascuno superiore al piacere, così come riconosce la nostra natura di uomini inciviliti e non più primitivi e nondimeno chiude sulla facilità con cui si riprende ad amare la vita («rifassi il gusto alla vita») anche dopo traversie e vicissitudini. E qui arriva l’anticipazione di quella che David Benatar definirà come una vera trappola esistenziale: «colui che si uccide da se stesso non ha cura né pensiero alcuno degli altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta, per così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano: tanto che in questa azione del privarsi di vita, apparisce il più schietto, il più sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo, che si trovi al mondo».

Venendo ai nostri contemporanei, del tutto aliena dal movente e maniacalmente concentrata sul dettaglio della metodica è la riflessione sul suicidio consegnata ai Quindicimila passi di Vitaliano Trevisan (2002),

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