La serie su Fabrizio Corona per Netflix è una bomba. Un progetto di un divertimento genuino e ruspante, come non se ne vedevano da un po’. E questo non per il racconto in sé delle vicende coronate, né per gli inserti frizzantini del protagonista nel presente narrativo, bensì per la forma di quest’opera da anime semplici che, al netto di una tonitruanza endemica, trasuda insicurezza e affanno da tutti i pori. Devo essere sincero: era dai tempi del povero Bruno Arena dei Fichi d’India dopo il malore che non provavo tutta questa pena. Dal primo momento, ogni frase che viene articolata non solo dal protagonista, ma da chiunque intorno a lui – giornalisti, mecenati, avvocati ostentatamente guasconi, subalterni, amici, ex amici e detrattori compresi – ha un solo scopo: spiegarci disperatamente quanto è fico quest’uomo e se non fosse chiaro rispiegarcelo un attimo dopo, tipo insegnante di sostegno. A ogni frase che Corona sciorina, con ben posizionata freddezza o all’occorrenza spocchia, poi l’immagine resta stretta e fissa perché ci si aspetta la deflagrazione. Dopo che Corona racconta con tanto sottolineato cinismo di aver convinto la fidanzata ad abortire due gemelli perché «ancora era presto per fare figli e nel nostro progetto sarebbe dovuto avvenire un anno e mezzo dopo», gli autori pensano che il pubblico sotto shock non andrà al lavoro il giorno successivo e l’Italsider chiuderà. Da noi in campagna succede lo stesso quando uno al circolo dice che ha intenzione di rifarsi il trattore. Poi appena vede che, alla notizia, gli altri continuano indefessi a giocare a carte, il lavoratore della terra agricola piazza l’ordigno: “Sì… ma col raffreddamento a liquido eh!”.
Questa serie racconta l’ucronia di un mondo in cui Fabrizio Corona è l’Alfa e l’Omega, in cui probabilmente anche Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti