Quando gli allievi dei corsi di scrittura mi chiedono cos’è la letteratura, l’esempio che propongo  loro è sempre lo stesso. Al protagonista di un romanzo del Novecento viene comunicata la morte del cugino, e non un cugino qualunque, il cugino amato e ammalato a cui aveva fatto visita in sanatorio, ritrovandosi inopinatamente ammalato e ricoverato lui stesso. Un narratore dilettante, dico agli studenti, a quel punto avrebbe descritto la scena dello strazio, la commozione, le lacrime a cascata. Non quello di cui stiamo parlando, che al suo personaggio affida un pensiero sulla composizione chimica delle lacrime. Stiamo parlando di un gigante, il romanzo è La montagna incantata, e ci ho pensato immediatamente quando ho letto, poco dopo l’uscita, un passaggio dell’ultimo di Michele Mari, I convitati di pietra. Un libro che ha subito diviso la mia cosiddetta bolla: l’idea prevalente era che non fosse il miglior Mari, ma poiché anche il Mari eventualmente detonato si riconosce comunque come

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