C’è una cicca sotto il banco, prof! Non è raro imbattersi, sotto un banco di scuola, in una o più cicche indurite dal tempo e appiccicate di nascosto chissà da quale studente svogliato e chissà quanto tempo fa. E se, dicono, le abitudini degli studenti sono davvero cambiate, masticare rientra in una di quelle cose che fanno da sempre. Il chewing-gum era stato già inventato nel 1907 quando uscì, a puntate, I ragazzi della via Pál di Ferenc Molnár dove gli studenti, primo tra tutti l’indimenticabile Ernő Nemecsek, masticano una specie di stucco strappato dalle finestre, dando vita a uno degli episodi di trasgressione che da sempre fanno da sfondo alla monotona vita scolastica. La dolcezza della musica ungherese di un organetto, alle 12 e tre quarti, entrata nell’aula di fisica dalla finestra aperta, distrae gli studenti dalla fiamma incolore del becco di Bunsen, mentre una pallina di carta porta con sé il messaggio segreto da consegnare: l’appuntamento della banda per il pomeriggio stesso, in una bellissima pagina del romanzo che, forse, a distanza di oltre un secolo, rappresenta qualcosa che ben riconosce chi frequenta le aule scolastiche. «L’insegnante si accorse allora della finestra aperta da cui continuavano a giungere gli irriverenti rumori, primo fra i quali, l’allegro suono dell’organino. Aggrottò le ciglia e comandò: “Csengey! Chiudi quella finestra!”. Il piccolo Csengey, il primo del primo banco, si alzò e con quella sua aria seria da ometto andò alla finestra e la chiuse».

Ma è forse in un libro del Premio Nobel Elias Canetti, nato a Rustschuk in Bulgaria nel 1905 da una famiglia ebraica di origine spagnola, vissuto a lungo a Vienna, poi a Londra e a Zurigo, che ritroviamo il ritratto della scuola nella sua immutabilità. Parliamo di La lingua salvata. Qui a essere protagonisti sono non solo e non tanto gli alunni che popolano le scuole maschili che l’io narrante frequenta, ma gli insegnanti diversi e unici che, con le loro vite imperfette, irregolari e distorte, si imprimono nell’immaginario di chi li osserva così a lungo, così tenacemente. Ieri, come oggi. La tenerezza è

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