Gli otto David di Donatello (tra cui miglior film, regia, sceneggiatura e attore protagonista, Sergio Romano) hanno riportato l’attenzione su Le città di pianura di Francesco Sossai, che già l’anno scorso, dopo la presentazione a Cannes nella sezione “Un Certain Regard”, era stato acclamato dalla critica e aveva ottenuto un incasso (1,7 milioni di euro) sorprendente e impensabile per un film indie. Onore al fiuto dei produttori Marta Donzelli e Gregorio Paonessa, la cui ricerca di nomi nuovi questa volta è stata premiata (non avevano avuto altrettanta fortuna due anni fa con Quasi a casa di Carolina Pavone, che a me era sembrato molto buono).

Le città di pianura ha inoltre fatto tornare in circolazione il primo film del regista, Altri cannibali (2021), prodotto dalla scuola di cinema berlinese presso cui si è diplomato e premiato in piccoli festival internazionali. Spesso intervistato, Sossai fa a gara con i critici nello snocciolare riferimenti eterogenei (Gianni Celati; Vitaliano Trevisan e tutti gli scrittori veneti che l’hanno preceduto; Kaurismäki, Mazzacurati, Monicelli, Dino Risi – ma anche Il secondo tragico Fantozzi). L’ovvia promozione culturale, in questo modo, riporta entro coordinate note un film che parrebbe sfuggire a ogni etichetta, pur rimanendo profondamente ancorato a una realtà di provincia: un mondo di veneti imbriagoni (Oliviero Toscani ed Enrico Brignano dixerunt), che però assume dimensioni ovviamente “universali”. E questa chiave di lettura ha creato un consenso unanime.

Che cos’ha di diverso Le città di pianura da un film di Carlo Mazzacurati o da un qualunque film con Giuseppe Battiston scritto da Marco Pettenello – per esempio Finché c’è prosecco c’è speranza (2017) e Il grande passo (2019) di Antonio Padovan, o Io vivo altrove! (2023) dello stesso Battiston? Be’, per esempio il fatto che i personaggi dicono in continuazione “zio cane”, che è molto peggio di “zio caro”

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