And if this makes no sense then you understand perfectly.
Sarah Kane, Crave
Tu mi hai rovinato la vita e io te la farò pagare. Lo disse a voce bassa ma ferma guardandomi negli occhi quasi me li volesse cavare. Il suo volto mi apparve per la prima volta in tutta la sua assurda secchezza, foderato di corteccia e teso, privo di pelle, costellato di peli neri duri come chiodi di piombo. Era un uomo dalla natura malata, marcio in ogni sua componente e io ero incinta di suo figlio, incinta del figlio di un pazzo. Un ragno corse da un’estremità all’altra dello schienale della poltrona su cui sedeva per andarsi a imboscare dietro il cuscino e lui si schiarì la voce prima di ripetere a mo’ di monito il finale: pagare. Lo conoscevo da poco meno di un anno e una breve convivenza di fortuna aveva determinato questo inconveniente, posti nella stessa gabbia ci eravamo ineluttabilmente riprodotti. Dopo aver proferito la minaccia rimase immobile, al suo posto, fissandomi in modo ancora più penetrante. Toccava a me, forse, ma non mi venne in mente nulla di altrettanto forte da dire, dunque tacqui accennando un sorriso.
Si era trasferito nel mio appartamento con l’idea di un appoggio provvisorio durante la ristrutturazione del palazzo in cui aveva abitato per oltre dieci anni in totale solitudine, all’estremo margine del quartiere in cui vivevano tutte le persone del nostro giro, e io tra loro. Troppo rumore per scrivere, disse, troppa polvere per respirare. Il giorno precedente al suo arrivo quando gli avevo chiesto di inviarmi la foto della sua carta di identità aveva ghignato amaramente, lo sguardo raggelato, la mascella di legno. Vuoi sapere se mi chiamo davvero Giuseppe. Peppe, confido che tu non ti sia dato questo nome per fare colpo, vorrei solo tenere da parte una copia del tuo documento per la questura, avevo risposto ridendo. Lui non aveva riso.
Giuseppe, noto al piccolo pubblico del teatro off italiano come Peppe Fortuna, era bruno, muscoloso e scimmiesco, aveva mani nodose con cui sembrava dovesse appendersi ai pali, capelli folti e crespi, occhi scuri dalle ciglia ricce – un intasamento pilifero tra sé e il mondo, tra la sua cattiveria e la giungla urbana.
Drammaturgo specializzato in monologhi che alla fine degli anni Novanta erano stati pubblicati in un elegante cofanetto a due tomi, al momento proponeva laboratori teatrali alle scuole dell’infanzia conservando la brutta conformazione del posto in cui era nato, un paesino del Sud fatto di pietre, chiese diroccate, tetti ceduti, camini ostruiti e strade dissestate. Le immagini scorse sul sito di un fotografo specializzato in borghi disabitati non mi avevano invogliata a percorrere seicento chilometri di autostrada e tornanti per verificare coi miei occhi la tristezza del luogo. Non che lui avanzasse pretese di visita – la madre era morta, il padre si era trasferito al nord dal fratello, la casa in cui erano cresciuti urlando e prendendosi a schiaffi era stata dichiarata inagibile per motivi sismici, amici non ne aveva.
A interrompere il suo idillio di periferia ero stata io, nel foyer di un teatro, mentre rileggevo Febbre di Sarah Kane che di lì a poco avrei visto interpretato da un’amica, la mia borsa si era agganciata all’alamaro del suo montgomery, piacere piacere mio ah ah non si stacca mica! un tè, e tu? che leggi? eccetera: fatto. Con così poco aveva accostato il suo carro funebre alla mia fermata e io, appassionata di casi umani, avevo applaudito soddisfatta. Nello zaino del traslochino, come avevamo ribattezzato la convivenza temporanea prima di pesarne le conseguenze, aveva portato un avvitatore elettrico per eventuali migliorie al mio appartamento di cui lamentavo la scarsa funzionalità e un set di pesticidi nell’eventualità di un’invasione di insetti. Era un autunno troppo caldo, disse, capitava spesso che dalle fogne emergessero frotte di blatte, che tra le crepe del muro sfilassero eserciti di formiche.
Quando scoprii di essere incinta era già inverno. Brevi giornate senza luce né pathos scandivano gli ingloriosi postumi del mio momento magico, coinciso col successo di un premio Ubu, la tournée europea, le interviste, gli abiti belli, le collaborazioni. Da qualche tempo ero di nuovo una professionista tra le tante, ingaggiata una volta su cinque e immobile per tutti i mesi che i workshop e le pubblicazioni pretestuose faticavano a far scorrere frenetici. E adesso incinta senza romanticismo, incinta mentre aspettavo la perimenopausa: avrei smesso di recitare per un lungo periodo legandomi in modo irrevocabile a un uomo che mi giurava vendetta per aver generato una vita in mia compagnia. Al bambino non badavo, il bambino era l’ultimo dei miei pensieri.
È così che l’errore interviene a modificare il corso degli eventi: un minuto prima si ride dell’ironia della sorte e dei propri tic sociali durante una conversazione goliardica tra amiche di vecchia data, il giorno dopo ha inizio un rapporto forzato tragico e inscindibile tra due persone che avrebbero preferito fare altro. Ma come era potuto succedere, mi chiedevo ripercorrendo le tappe dell’evento, da dove era sguisciato fuori tanto fecondo trasporto? Che cosa era accaduto dopo l’errore e come ero arrivata a farmi minacciare da un livido cinquantenne seduto con aria da padrone sulla mia poltrona preferita?
Una delle prime sere nel mio appartamento Peppe si era messo a urlare chiamandomi a gran voce dal bagno. Corri Greta, c’è una bestia, passami il Raid. Ma il ragno porta guadagno, avevo risposto col massimo dell’ilarità ammirando le zampe sottili, la simmetria, l’apparente fragilità. Non mi dire che sei scaramantica, illividì lui prendendo un’aria rigida e arcigna, da con me o contro di me. Passami il Raid, sbrigati, ma io non mi ero mossa. Oh, sei sorda? Non vorrai mica spruzzarlo sul serio! col rischio che il gatto lo lecchi e si senta male. Era scomparso per qualche giorno lasciandomi intuire una fobia di fondo, qualche ignominioso disagio. Non me la presi valutando che di lì a un mese la nostra relazione sarebbe tornata alla sua originale formula sessuo-teatrale. Una seconda galleria da cui si vedeva il giusto.

Nell’attesa della prima ecografia mi misi a sfogliare quel cofanetto. Ne possedevo una copia autografata da Peppe con tanto di dedica – a te che mi hai agganciato, un’oscenità del genere. Aprii a caso e scorsi una pagina, poi chiusi e aprii nuovamente a caso scorrendone un’altra. Replicai l’esperimento altre due o tre volte e non mancai mai una parola scurrile, una rimostranza, un fattaccio, una spiacevolezza, l’intenzione di offendere e tenere il pubblico in tensione. Soppesai il libro, quanto? Un chilo e mezzo, un chilo e quattro. Il distillato di amarezza che mi ero messa in casa e nel corpo. Forse covavo l’anticristo.
Era stata la distrazione, la smania di evasione a tirarmi quello scherzo. No, capii pungendomi con la radice ritorta dell’autoanalisi: erano stati l’insuccesso e i suoi fratelli – i dubbi generazionali i vuoti sociali i sogni mortificati i desideri repressi. Quasi sempre devoluto a intrecci erotici e averbali, il poco tempo trascorso insieme tra le mura domestiche si era risolto in un incontro di istinti più che di intenti. Nella vita pratica quotidiana avevamo custodito le nostre consolidate individualità: io partecipando come docente e allieva a un ciclo di ritiri di arte-terapia fuori città, Peppe restando a scuola fino al tramonto e devolvendo il fine settimana all’editing del suo nuovo lavoro, un romanzo in versi ormai in chiusura, atteso da un editore.
Poi, all’improvviso, avevo sentito il corpo schiacciato a terra, il seno sparato verso il mondo, il ventre spacchettato in un soqquadro cubista. Alla stanchezza era seguita la nausea, alla nausea il ritardo, al ritardo il test, al test le analisi e: devi abortire prima che decorrano i termini, aveva detto trattando la faccenda alla stregua di una richiesta di nullaosta. Ma io che credevo nel fato e nient’altro non avrei abortito neanche se la gravidanza fosse stata causata da uno stupro, come più tardi avrei forse astratto quella relazione basata sull’abuso psicologico. Dunque gli dissi: no, non lo farò, e mi misi al letto a leggere e scrivere cercando di non rimuginare.
Da quando gli avevo dato la notizia Peppe aveva alternato varie fasi. Sulle prime aveva affidato l’attesa del mio ravvedimento a una classica strategia di trincea, ma presto aveva subito lievi deragliamenti umorali cui erano seguiti veri e propri cenni di follia. Un giorno mi sorprese nella stanza che usavo come studio nell’atto di appendere due scaffali parcheggiati da mesi dietro la porta a impolverare. Mi domandò inorridito che fai? come se mi stessi esponendo a un grande pericolo. Appendo due scaffali, urlai soverchiando L’anima buona di Sezuan che seguivo in cuffia. Poi avevo capito: avevo preso in prestito l’avvitatore senza chiedergli il permesso.
Trascorrevo molto tempo in casa, al letto col gatto, guardando vecchi film, rilegando foto di scena e chiacchierando al telefono con le mie sorelle. Sul fondo del mio letargo lui si esibiva in un’altalena schizoide tra silenzi pregni di rancore e scatti infartuali. Tra questi ultimi, gustosi siparietti come il carico di svariate casse d’acqua su per le tre rampe di scale della mia palazzina senza ascensore, lo svuotamento isterico dello zaino del traslochino alla ricerca di un libro inesistente o, così lui, smarrito su un treno, il continuo pasticciare tra stoviglie e bottiglie per improbabili preparazioni settimanali. Dormiva sul divano e quando mi incrociava mi guardava torvo chiedendo come stai, ma alla risposta non seguiva altro. La fase in cui aveva tentato l’innaturale carta della gentilezza era stata la più imbarazzante: una volta mi aveva preparato uno strano menu – frittata di pasta e camomilla –, un’altra mi aveva lasciato in camera un cestino di mandarini cinesi che non avevo mangiato per timore della buccia e dei pesticidi. Alla viglia del novantesimo giorno perse le staffe per via del mancato dietrofront. Annichilito dalla prospettiva della nascita, emise la lapidaria promessa Tu mi hai rovinato la vita e io te la farò pagare. Rido ancora.
Gli proposi un accordo: lo avrei esonerato dalla partecipazione, la questione non lo avrebbe riguardato, se fosse stato contrario a far conoscere la sua identità all’essere umano in divenire quest’ultimo avrebbe ricevuto indicazioni vaghe e anonime, sarebbe cresciuto solo con me. Anonimato o meno, se avesse voluto contribuire economicamente avrebbe potuto farlo nella forma a lui più congeniale, ma non era una mia richiesta perentoria e non sarebbe passata per le vie legali. Peppe fu conquistato dall’idea, per la prima volta, dopo mesi, lo vidi decontrarre i muscoli facciali, distendere le spalle, passarsi una mano nella chioma arruffata. Ricompose lo zaino con brio, forse lieto anche di non aver dovuto ricorrere al veleno per scarafaggi per uccidermi, tanto gli dovevo essere parsa ragionevole e affidabile. Sarei stata una brava madre, tentò di dire prima di portare la sua gobba fuori dal mio campo visivo.
Ma nessuno può costringerti a pagare se il tuo destino è quello di riscuotere, mi disse telepaticamente il ragno ormai insediato in pianta stabile presso la cassetta di scarico del wc. Non mi restava che alzarmi dal letto, processare il più basso incontro con l’umano che mi fosse capitato in sorte ed elevarlo a una forma autocompiaciuta di spasso. Lo meritavo – chiunque debba sopportare di ospitare un corpo all’interno del proprio merita di divertirsi. E comunque era una bambina, proprio come immaginavo.
Così cambiai idea sul patto stretto con Peppe Fortuna, scrissi un breve memoir e lo pubblicai sui social senza menzionare il suo nome, solo spiegando per filo e per segno quello che mi era accaduto a causa del troppo entusiasmo verso uno sconosciuto – un uomo privo di grazia, una persona oscura e viscida come catrame. Il testo girò nel nostro ambito, tra gente del mestiere, me ne fu chiesta una riduzione a monologo da un celebre regista e la pubblicazione da una casa editrice di valore. Ne furono fatti un podcast e un ebook, la prima fu annunciata da un battage di manifesti d’autore che in una notte tappezzò la città. Chiunque, nel giro, capì e parlò, alzò un muro che non ammetteva ambiguità. A Peppe fu stracciato il contratto per il romanzo in versi e rescisso quello dell’affitto di casa dall’ereditiera che possedeva il palazzo in cui risiedeva. Gli disse, mentendo, che era sua intenzione mettere l’appartamento a disposizione di un centro antiviolenza per crearvi una casa rifugio. Quando Sarah ha compiuto un anno gli ho inviato una sua foto con un ragno di pelouche, regalo delle zie. Spero non sia morto di crepacuore, ma sono certa di aver pagato bene.