Perché abbiamo passato così tanto tempo a guardare un gioco? Che cosa cercavamo?
Qualunque cosa fosse era qualcosa di pulito, soprattutto se si tratta della fedeltà a una squadra che, durante la nostra vita, non ha vinto nulla di importante o a una nazionale che ha vinto tutto ma che forse non vincerà più. Questa cosa pulita ha a che fare con l’infanzia, certo (una delle più belle definizioni del calcio l’ha data Javier Marías, «il ritorno settimanale dell’infanzia») e con la grandiosità delle sue esperienze, a cominciare da quella fisica dello stadio – le scale elicoidali che sembrano infinite al novenne che le sale al fianco di una figura paterna, in questo caso di uno zio, e sfociano in un campo che all’occhio del bambino pare immenso, di un verde inesistente nella realtà, in mezzo a spalti che cinquant’anni fa, prima che gli stadi si imborghesissero, erano fittissimi e selvaggi, «gremiti al limite della capienza» diceva Sandro Ciotti nella radiolina in Tutto il calcio minuto per minuto, senza le sedie di plastica e le tessere del tifoso che negli ultimi decenni li hanno addomesticati.
Ma oltre che grandiose, quelle esperienze erano anche primordiali: primordiali come il conflitto tra Noi e Loro che ogni partita replica o come il desiderio che ogni partita mobilita. Desiderio di cosa? Di nulla, o almeno nulla di preciso. Desiderio di vincere, certo, di prevalere in una battaglia contro un avversario fantasmatico, combattuta al cospetto degli dèi inesistenti che governano i rimpalli, le deviazioni, i fischi arbitrali. Perché Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti