In un articolo del 3 giugno 1950 pubblicato sul «Corriere della sera», al tramonto della propria esistenza, Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea de Chirico) scrisse: «Molti mi domandano perché io passi così spesso di arte in arte. Rispondo: per serbare il mio dilettantismo in stato di freschezza. Dilettantismo non è operare in superficie, ma possedere la materia, così da esserne padrone e dilettarsene. Come stare sempre nella stessa arte?». Questa dichiarazione di dilettantismo esprime concisamente il rapporto di Savinio con le arti, visto che fu musicista, compositore, pittore, scenografo, saggista, drammaturgo, poeta e narratore. Di questa sua infedeltà artistica di stampo quasi dongiovannesco, diede ulteriore spiegazione, quando scrisse che «l’artista, in altre parole, è una ‹centrale creativa›, [ed] è stupido, è disonesto, è immorale chiudersi dentro una singola arte, asservirsi alle sue ragioni particolari, alle sue ragioni speciali. E ho avuto il coraggio di mettermi di là dalle arti, sopra le arti». Savinio seppe dunque padroneggiare con talento e sensibilità i vari codici della comunicazione estetica, con la distaccata sprezzatura del raffinato cosmopolita. 

Nel 1903, appena dodicenne, si diplomò in pianoforte al conservatorio di Atene, con un programma finale assai impegnativo, che spaziava

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