Anna Maria Ortese scriveva per vivere. E, ovviamente, viveva per scrivere. Sebbene non avesse neppure una lampada per farlo dopo l’imbrunire. Indossava abiti smessi da altri. Non aveva talvolta neanche una moneta per affrancare la posta. Piazzava i propri scritti ovunque per concedersi il lusso di un paio di scarpe o per strappare un biglietto per il cinema. Leggendo il ritratto di questa autrice «tanto povera quanto dotata di fantasia» tracciato da Dario Biagi nell’Introduzione al volumetto fresco di stampa Novelle ritrovate (con un saggio critico dell’italianista Donatella La Monaca, Argolibri), viene da pensare che, di fronte al dolore e alla sofferenza patiti dalla scrittrice sin dalla giovinezza, la scrittura può essere una porta per uscire nel fiabesco, in polemica con la realtà così amara, per accedere a un realismo che, necessariamente, deve essere “magico”. Accendere la luce della parola per difendersi dal male della vita, ricordando le ferite. Perché: «La memoria è custode del dolore, ma il ricordo può anche essere una cura». 

Nata a Roma il 13 giugno 1914, oltre un secolo fa, gemella di Antonio, quinta tra sei fratelli, riuscì, senza aver intrapreso studi regolari, ad approdare al mondo delle lettere con la raccolta Angelici dolori, pubblicati nel 1937 da Bompiani, grazie al mentore Massimo Bontempelli. Nonostante questo, Anna Maria Ortese

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